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L’INCONTRO

Massimo Scrignòli e il suo Regesto, sorta di resoconto personale

Massimo Scrignòli e il suo Regesto, sorta di resoconto personale

Sulla porta della sua casa editrice ci accoglie Massimo Scrignòli, di cui da poco è uscito Regesto. 1979-2009 (Book Editore, pp. 352), l'opera omnia che racchiude trent'anni dedicati alla poesia....

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Sulla porta della sua casa editrice ci accoglie Massimo Scrignòli, di cui da poco è uscito Regesto. 1979-2009 (Book Editore, pp. 352), l'opera omnia che racchiude trent'anni dedicati alla poesia.

«Per la narrativa considero necessario un lungo respiro che non mi appartiene. Per me il lavoro sulla scrittura è sempre stato estenuante… forse per il mio essere eccessivamente pignolo», e con leggerezza allude a una certa severità nei confronti di sé, a un non essere mai soddisfatto fino in fondo. Il suo è stato un cammino lirico dalla città alla campagna, dal caos alla calma; un percorso per raggiungere l'essenziale, almeno letterario, ed emblematico è diventato il suo distico «ogni perduta occasione / è un peccato commesso». Scrignòli ha seguito il metodo di Vanni Scheiwiller nell'editoria e la buona stella di Roberto Sanesi nelle parole, suoi amici e maestri.

Regesto è un ritorno alle origini? «No, dà il senso della raccolta. È un termine burocratico che significa "registro". E il mio vuole essere una sorta di resoconto: molte pagine si rincorrono nel tempo, conservando un senso unitario, ma me lo hanno fatto notare gli altri. Non amo rileggere di me».

Nel '79 cantava che "il mondo rimane un bel posto per essere nati". È ancora d'accordo? «Citavo Ferlinghetti e comunque no. Erano gli anni della mia formazione, della fascinazione e ne ero convinto. Adesso lo sono di meno, non perché il mondo non possa esserlo, ma per com'è. Ho riscontrato un entusiasmo e un'improntitudine che avevo scordato».

In "Uguale desiderio di diventare un indiano" (1982), solitario, lei chiude con "l'entusiasmo della lotta". È giunto il momento della resa?

«Persisto nel mettermi alla prova ancora oggi, pure come scelte esistenziali. E della cultura degli indiani d'America, anche grazie a Kafka, mi aveva colpito il coraggio di non volersi adeguare al progresso, ancorati per secoli a un'armonia originaria».

Perché "Lesa maestà" (2005) è per Sanesi?

«Mi ha insegnato tanto e gli volevo bene. L'avevo persino convinto a rivelare la sua traduzione dei Quattro quartetti di Eliot, da lui rimosso per un dolore giovanile. E quando scomparve per me fu qualcosa che non era giusto accadesse». Matteo Bianchi

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