A Firenze si guarda al Novecento ferrarese
Inaugurato un nuovo museo nella città toscana con opere degli artisti estensi De Pisis, Melli, “Sepo” Pozzati e Perfetti
di Andrea Samaritani
“I. n quell'epoca a Parigi si viveva con tremila lire al mese. C’era anche De Pisis, ci siamo conosciuti. Lo invidiavo perché alla mattina mi salutava e andava con il cavalletto e i pennelli giù alla Senna a dipingere, mentre io me ne dovevo stare al tavolino a scrivere». La voce simpatica di Aldo Palazzeschi mi arriva dall’alto, da dentro un tubo verticale di plexiglass trasparente, è una registrazione, una testimonianza viva che racconta il rapporto di amicizia tra il pittore ferrarese Filippo De Pisis (Ferrara, 11 maggio 1896 - Milano, 2 aprile 1956) e il noto poeta e scrittore fiorentino.
Parole che ascolto volentieri, più volte, in piedi davanti a una tela raffigurante una marina di De Pisis, all'interno del neonato Museo del Novecento di Firenze. Il Museo è stato inaugurato a fine giugno, ed è frutto di una progettazione e una gestazione durata più di cinquant’anni! Finalmente è stato aperto, ha sede nell’antico Spedale delle Leopoldine in piazza Santa Maria Novella, a due passi dalla stazione ferroviaria. È dedicato all’arte italiana del XX secolo, propone una selezione di circa 300 opere distribuite in 15 ambienti.
Aldo Palazzeschi negli anni dal 1925 al ’31, a Parigi, comprò dodici tele da De Pisis, che oggi fanno parte delle collezioni permanenti del Museo del Novecento. In mostra ce ne sono nove, in fondo alla grande sala del livello 2, nello spazio denominato appunto “Collezione Palazzeschi”. Sulla parete centrale riproduzioni di testi che il poeta ha dedicato al nostro artista, che ci fanno assaporare l’atmosfera di quegli anni dove molti italiani si sono ritrovati a Parigi, uno fra tutti, anche se meno conosciuto di altri, il poeta Marino Moretti di Cesenatico, destinatario della prima lettera stizzita di Palazzeschi che lo invita a non accogliere De Pisis, a testimonianza di un rapporto di amicizia iniziato con grande ed evidente diffidenza, ma poi proseguito in una reciproca stima crescente.
Palazzeschi ha più volte dichiarato che le opere del ferrarese De Pisis nel periodo parigino sono le più efficaci della sua intera produzione. Lo si capisce anche dal racconto che il poeta pubblicò sull’Europeo nel 1948, dedicato alla genesi dell’opera più affascinante in mostra, quella “Natura morta col pesce (Il ritratto della Regina)”, olio su tela del ’31, che da sola vale il viaggio a Firenze.
Rileggiamo un brano di Palazzeschi: “Fu in uno di questi eccezionali momenti che, trovandosi un giorno di primavera a transitare lungo la Senna nelle prime ore del pomeriggio vi scorse, presso un mercante di oggetti per la pesca, un grosso pesce dentro una vasca di zinco, magnifico, ridotto a volteggiare su sé stesso nella poc’acqua e per l’angustia dello spazio.
- Una regina! Una regina! - gridò il pittore scorgendolo: - è una regina! - seguitava a gridare per il subito intervento del poeta con un crescendo di entusiasmo. - È una regina! Ha il manto di smeraldo e il petto come una corazza, tutto d’oro! Non ho mai visto nulla di più bello: che splendore! Che meraviglia!
- Che prodigio! Un incanto. Debbo dipingerla senz’altro, debbo farle il ritratto.
Il pittore dette gli ultimi ritocchi alla regina che fra le braccia del poeta taceva voluttuosa. Dette gli ultimi tocchi al gruppo dei carciofi e dei limoni, e con la biacca dette ai gusci d’ostrica un ultimo riflesso di madreperla. In proda al quadro un pizzicottino sulla guancia dei gamberelli rosa nella loro angelica giostra: sempre allontanandosi e riavvicinandosi nella luce che incominciava a declinare per la finestra. Eseguito ciò, parve spiccare il volo nella parte superiore del quadro ancora bianca, e vi dipinse un paesaggio, vero e fantastico ad un tempo, che gli usciva dall’anima: la pianura di Ferrara coi suoi acquitrini e la terra paludosa, gli altissimi pioppi che circondano, come cavalieri di cappa e spada il campanile di una Badia: Pomposa.
Non aveva mai dipinto un cielo così bello e mai una sua natura morta era stata coronata da un paesaggio tanto vivo. Alla cima del pennello fluiva tutto l’essere in un istante di rapimento e di poesia”.
Poco più in là ci sono due tele di Roberto Melli (Ferrara, 1885 - Roma, 1958), uno dei più rappresentativi artisti del ’900 o ferrarese: “Piazzale Alberato” del ’41 e “Risveglio estivo” del ’38, appartenenti alla collezione Alberto della Ragione. Proseguendo la visita sempre al livello 2 c’è una parete dedicata a tre opere del comacchiese Severo Pozzati, in arte “Sepo” (Comacchio, 1895 - Bologna, 1983): “Paesaggio” un olio su cartone del ’14; “Albero Viola e casa bianca”, affascinante olio su tela su compensato del ’15; una corpulenta maternità in bronzo del ’17.
Al livello 1, ho apprezzato un collage su cartone del 1966, “Sino in fondo” di Michele Perfetti (Bitonto, 1931 - Ferrara, 2013), dalla Collezione Carlo Palli, opera che testimonia la ricerca artistica nell’ambito della poesia visiva, molto attiva a Firenze e sappiamo bene anche da noi a Ferrara.
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