La Nuova Ferrara

il libro - l’ultimo lavoro di diego marani

«I giovani cercano un impiego ma in Italia ricevono solo carità»

«I giovani cercano un impiego ma in Italia ricevono solo carità»

“Il mio vero obiettivo era dimostrare a me stesso e agli altri che sapevo trovarmi un lavoro e che sarei riuscito a convincere qualcuno a fidarsi di me”, scrive Diego Marani nel suo ultimo “Lavorare...

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“Il mio vero obiettivo era dimostrare a me stesso e agli altri che sapevo trovarmi un lavoro e che sarei riuscito a convincere qualcuno a fidarsi di me”, scrive Diego Marani nel suo ultimo “Lavorare Manca” (Bompiani), ripensando alla scoperta del mondo lavorativo e ai primi entusiasmi. «È molto importante per un giovane ricevere fiducia. Invece ancora oggi in Italia i giovani che cercano lavoro suscitano solo sospetto e al massimo ricevono carità». La realizzazione di un individuo, la sua vera maturità, coincide inevitabilmente con l’indipendenza nei confronti della famiglia e del contesto sociale per diventare adulto. Il diario si apre dall’infanzia con la dedica alla maestra di Tresigallo, che gli leggeva una poesia di Rodari sui mestieri; più che dei profumi delle materie prime, così il fornaio che sa di farina, però, si tratta dell'odore della fatica. E la fatica ripetuta tinge il cammino di Marani: le estati degli anni '60 tra i filari in campagna a raccogliere la frutta e le baruffe con il “paron” per farsi riconoscere una paga. E il rosso intenso della copertina sta per il succo delle fragole che bisognava strofinare via con forza dalle dita, su cui l’autore si chinava per giornate intere. Dalle occupazioni di paese, dettate dalle tessere dei partiti, giunge poi il brivido del progresso, dei contadini quali suo nonno che ammiravano da fuori le fabbriche imponenti e si trasferirono in catena di montaggio per “vivere meglio”. Il passo della nazione in fondo non è cambiato: gli uffici di collocamento mai sono serviti a granché e almeno a Londra, dove andò a studiare lingue, lo stesso Marani trovò da lavapiatti senza la necessità di una raccomandazione, ma banalmente con secchio e ramazza. “La traduzione letteraria è uno strumento essenziale di diffusione culturale e una delle componenti della strategia del multilinguismo europeo”, ha dichiarato il ministro Franceschini nel discorso programmatico ai colleghi graduati dell'Unione Europea. “Ma la professione manca di visibilità - ha proseguito - è spesso malpagata, non gode di un riconoscimento armonizzato nell’UE e di contratti uniformi. Intendiamo lanciare una riflessione a questo riguardo esplorando anche la possibilità di un diritto d’autore per il traduttore”. Il fil rouge della competenza da traduttore che lo scrittore svolge a Bruxelles, imprescindibile senza gli studi oltremanica, oggi passa per le mani di Dario Franceschini, il quale di recente gli ha affidato alla Rappresentanza permanente dell'Italia presso l'UE il ruolo di consigliere. Marani lo segue nelle riunioni dei ministri europei della Cultura che lui presiede e, all’occorrenza gli fa anche da traduttore in simultanea. Senza scherzi, è uscito dai corridoi un aneddoto che fa parlare dei due e della nostra Ferrara nel mondo; quando si devono confrontare su un argomento che gli altri, nemmeno gli italiani, debbono comprendere, comunicano in ferrarese. A ulteriore dimostrazione che il patrimonio vernacolare e la loro formazione passata siano tangibili, abbiano una dignità, nonché una funzione relazionale e umana, sebbene immersa in un gomitolo linguistico sconfinato. L’autore definisce i dialetti “lingue della verità” già dai primi fogli, perché non conoscono la finzione letteraria, ma soltanto il valore dell'esperienza, ben superiore a quello del denaro.

Matteo Bianchi