Zarattini, uomo di Comacchio fra quadri, politica e turismo
Una mostra propone le opere dell’ex sindaco legato a Remo Brindisi e alla pesca L’obiettivo di una vita fu aprire le porte della sua città: «Faccio entrare il mondo»
“Non lo sappiamo, non conosciamo questa lingua”.
Così un’amica romagnola, della classe terza dell’Istituto d’arte per il Mosaico di Ravenna, chiarì all’insegnante l’impossibilità di tradurre ciò che il compagno di studi Giglio Zarattini aveva sbraitato in classe in un comacchiese sonoro e perfetto. L’incauta insegnante, originaria del Mezzogiorno e quindi adusa ad altri idiomi, dopo averlo tartassato per una non più prorogabile interrogazione in italiano, aveva assistito attonita ad un exploit furibondo di Giglio, il quale citando pitali ed una sequela di tipici improperi vernacolari al suo indirizzo, se ne era poi uscito dall’aula sbattendo la porta in noce. Ovviamente le altre due comacchiesi presenti - io fra queste - si erano ben guardate dal proferir verbo.
Giglio era così: amabile ed irruento, solare e plumbeo: un bipolare perfetto (come molti inquieti).
La sua scomparsa, dieci anni fa, ha segnato idealmente una battuta d’arresto nel tempo della rigenerazione della nostra città. I tempi erano infatti maturi, dopo la ricostruzione del dopoguerra, in seguito alla visione di un territorio vocato al turismo, agli errori e orrori di uno sviluppo ancorato, da un lato alla tradizione acquea dall’altro all’edificazione di un modello turistico basato quasi esclusivamente sulle seconde case, per accogliere la “fantasia al potere” di un uomo - artista qual era Giglio. Un uomo artista, un artista sindaco. L’arte, infatti, era la sua vocazione ed è diventata la sua missione negli ambiti in cui via via si è trovato ad operare.
Le origini.
Quasi profeticamente era nato nel 1958 nella stessa casa in via L. A. Muratori che aveva accolto i vagiti di un altro pittore, “Sepo” - al secolo Severo Pozzati -. Il tempo passa ma la natura non si può costringere, e così, dopo un paio di infruttuosi anni all’Itis di Ravenna, si era spostato, armi e bagagli, al più congeniale istituto d’arte. Il suo stilema espressivo era chiarissimo fin da allora. Segni incisivi che avevano quasi il suono di graffi su una lavagna. Laceranti. Provocatori perlopiù i temi. Ma tant’è: Giglio era Giglio. I primi anni nei laboratori di mosaico gli stava stretta la prassi delle copie di elaborati dalle nobili origini greche o bizantine. Per ottemperare comunque l’esercizio di riproduzione non tralasciava di eseguire, negli spazi circostanti il reticolo stampato sulla calce, le sue figure nere stilizzate. Stesso copione in disegno dal vero. Il suo rapporto fra docente e discente con Remo Brindisi era noto. Era di famiglia nella Casa-Museo del maestro e ne frequentava i tanti nipoti. In queste sue lunghe permanenze si apriva, scorgeva una visione dell’arte che andava oltre gli angusti confini, incominciava a leggere diversamente i segni lasciati dal passato, presagendo quelli futuri. Incominciava a vedere oltre.
Quando, ormai sindaco fin dal 2002, ci capitava di parlare insieme - io come cronista, lui in veste di amministratore - non mancava di rimarcare la bellezza degli studi artistici, riscontrando in essi, e in tutti coloro che vi si erano formati, un’educazione all’astrazione, a ignote sinapsi cerebrali, o come si direbbe oggi, ad una spiccata capacità multitasking. E concludeva con un: “Siamo diversi” a volte sconsolato, altre con una punta di sano compiacimento. E ancora, incalzava: “Hai sentito l’altra sera in consiglio comunale? Non potevo non citare la Bauhaus” e aggiungeva sorridendo: “A chi ale sta bau aus?” motteggiando in dialetto le espressioni sbigottite di qualche astante presente alla seduta, non proprio in confidenza con l’illuminante visione di fare arte, dei modi d’arte, sviluppatasi dapprima a Weimar, in Germania, fin dal 1919. La Bauhaus, fra noi, era diventato una specie di tormentone. Ma questa insistenza racchiudeva una sua visione profonda: portare l’arte nella vita, educare alla bellezza, guardare oltre e aspirare al bello e al meglio.
Lo studio dell’arte.
Questa sua percezione si era affinata negli anni veneziani, all’Accademia di belle arti, dove seguiva i corsi di Emilio Vedova. Passaggi ben individuabili nella sua produzione artistica che, nei primi dieci anni, da artista tout court, si manifesta nelle tante opere realizzate. Ho ricordo di un quadro, su tavola, in cui un animale squartato esplodeva, alla Soutine; attorno al rosso del sangue si raggrumavano sassi bianchi; segni neri, attorno, listavano a lutto la fine di una vita. Truculento e sublime. La vita e la morte, insieme. Un binomio che ritorna spesso nelle opere di Giglio. “Sul comodino tengo sempre il libro sugli uomini grigi per ricordarmi che sono ovunque”, mi diceva. Non ho mai capito quale libro fosse. Forse si riferiva al libro di Ende Michael in cui i signori grigi vogliono rubare il tempo agli uomini e Maltro Hora, il custode del tempo, vigila nella stanza degli orologi dove le ore vedono la luce. Di uomini grigi e neri, Giglio ne aveva un personale pantheon.
La Casa-Museo.
Strada facendo Zarattini era diventato direttore della Casa-Museo di Remo Brindisi. Questa specola a Lido Spina rappresentava, forse più di altri luoghi, la summa di arte e vita. Un luogo ideale popolato dalle voci di grandi interpreti. Un coro d’arte che oggi costituisce un patrimonio per il Comune di Comacchio, divenutone proprietario alla scomparsa del maestro. Anche questo passaggio porta la firma dell’impegno di Zarattini.
Il ricordo.
Nel decennale dalla scomparsa a Giglio Zarattini viene dedicata a Comacchio una mostra nell’Ospedale degli Infermi - già San Camillo -. Una struttura che gran parte ha occupato i suoi pensieri di amministratore per la realizzazione del Museo delle culture umane nel Delta del Po. Un museo per la città, per presentare ai contemporanei i quarti di nobiltà della civiltà a cui appartengono. Un’antologica che si inserisce nel periodo della Sagra dell’anguilla 2014.
Il risotto d’anguilla era il pezzo forte della sua tradizione valliva familiare - il padre era vallante - e non ammetteva paragoni con epigoni di quasi scientifica osservanza. L’acqua della valle l’aveva nel sangue e nelle opere. I suoi fiocinini, pescatori di frodo di anguille, sono come frecce conficcate nella valle: la linea retta, decisa, impositiva dell’asta che sostiene la fiocina - il ferro arcuato a più punte, issato ad un estremo per consentire la cattura del pesce - fende lo spazio, e l’attimo che precede il colpo, fissa intorno un senso di attesa che nel pensiero è già liberatorio. Parla già del dopo presentando l'istante prima.
La carriera politica.
Quando a 35 anni Giglio Zarattini si impegna in politica incarna quella nuova generazione di giovani-adulti che si sono formati fuori porta, conoscono altre realtà, possono rimboccarsi le maniche e costruire qualcosa di nuovo. “Faccio entrare il mondo” affermava per il televisore perennemente acceso - anche se muto - nel suo ufficio di assessore alla cultura. Un luogo in cui hanno preso avvio molte delle iniziative culturali, fra musica, spettacolo, jazz, sagra, sfilata di moda nella cornice del Trepponti, che oggi rappresentano il solco della tradizione. Con il sindaco Alessandro Pierotti, ricopre la carica di vice sindaco occupandosi anche di urbanistica. Dopo vent’anni dal precedente muove i primi passi il nuovo piano regolatore e Zarattini lo vede nascere, ne conosce bene i meccanismi. Della sua applicazione ne parlava in termini di anni, di più lustri. In fondo era un ottimista. Il suo orologio si è rotto prima.
Scrivere di un amico è facile, non affrontando il mistero insondabile della sua morte, che è troppo grande per ognuno. Possiamo gioire davanti ad una sua opera, apprezzare i suoi incontri in orari antelucani con uomini e donne vecchi e saggi, cui era solito fare periodiche visite per raccogliere punti di vista disincantati. Mi ritorna l’immagine di un uomo con il cappotto aperto e svolazzante che guarda lontano e vede un mondo che ancora non c’è...
Lucia Felletti
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