La Nuova Ferrara

L'INTERVISTA

«Rambaldi era geniale. Mai lo sentii dire "Non si può fare"»

Avati
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Avati

Il regista a Vigarano ritirerà il premio “Effetto cinema”. «Ferrara è unica, portatrice di un’emilianità inquieta»

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FERRARA. “Effetto cinema” è il premio che questa sera riceverà Pupi Avati, legato da profonda amicizia a Carlo Rambaldi, lo scenografo pioniere che si aggiudicò tre Oscar per i suoi effetti speciali. Alle 21, tutta Vigarano Mainarda accoglierà il regista bolognese nella palestra comunale.

La passione per la musica d’autore e per la propria città lo hanno accompagnato da sempre, tanto da portarsi sul set dell’ultimo “Il cuore grande delle ragazze (2011)” il rampante Cesare Cremonini, riferimento concreto e fresca speranza della Bologna segnata dalla parole dell'amico Lucio Dalla.

Avati è tra coloro che hanno dato una prospettiva allo sguardo cinematografico contemporaneo; acuto osservatore della vita comune, si prepara a ritrovare il respiro della campagna che amò da giovane e, nel frattempo, alla nuova impresa al botteghino.

Maestro, che rapporto aveva con Carlo Rambaldi? «Ho deciso di venire perché si ricorda il vostro celebre conterraneo, grazie a ciò che fece per il cinema mondiale. Conobbi personalmente la sua grande umanità, la sua famiglia e condivisi con lui il suo exploit negli Stati Uniti. Il suo laboratorio artigiano dava risposte alle esigenze della grande produzione cinematografica meccanicamente, quando ancora il digitale non esisteva. Metteva insieme quelle sue cianfrusaglie e creava. Mai lo sentii dire “non si può fare”: era geniale».

Lei che ha tanto amato le tradizioni di questa terra, cosa si aspetta di nuovo? «Torno anche per riconoscenza nei confronti della Bellezza. Ferrara è la città più bella dell’Emilia senza ombra di dubbio e non lo dico per compiacervi. È quella che ha mantenuto il rapporto più stretto e di rispetto con il proprio passato. Possedete una fortissima identità».

Quanto è stata importante la dimensione dei campi? «Se lei andasse da Bologna a Piacenza, si accorgerebbe di non trovare soluzione di continuità. Ferrara pare più distratta, più appartata, come se rifiutasse un’eccessiva commistione con le mere attività commerciali. È unica, portatrice di un’emilianità più inquieta, misteriosa… appunto più metafisica. Vive, inoltre, di riverbero la magia del Grande Fiume che diventa magnifico nel suo Delta, dove ho girato svariate pellicole».

Giovedì uscirà in tutte le sale del Paese il suo ultimo film, “Un ragazzo d’oro”: quanto Pupi Avati c’è nei suoi personaggi maschili? «In questo moltissimo, trattando la storia travagliata tra un padre e un figlio. Nessuno è più presente di un assente e il padre che non ho avuto, l’ho immaginato sin da piccolo. Inizialmente con grandi rimpianti, poi col desiderio crescente di confrontarmi, di raccontargli cosa stessi facendo. Poco prima di andarsene, difatti, tentò di produrre un film e a mio modo sono riuscito a realizzare il suo ultimo sogno, cosa che mi rende molto orgoglioso».

Da Micaela Ramazzotti a Sharon Stone. Perché? «Occorreva una figura femminile dal carisma intenso e di impatto estetico, d’età plausibile per attrarre padre e figlio al contempo. Tra le attrici del momento credo che Sharon sia una di quelle con le doti seduttive più alte. È magnetica».

Matteo Bianchi

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