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Golem, ecco il vero padrone di casa Nannini

Golem, ecco il vero padrone di casa Nannini

Il pittore centese si è dedicato alla scultura per creare questo enorme automa della tradizione ebraica in legno di tiglio

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Il Golem se ne sta li in mezzo. Al centro. La pancia prominente compensa la testa altrettanto grossa. Le braccia e le gambe tozze, molli e pesanti. Il mio sguardo scende giù fino ai piedi, grandi, squadrati, appena toccati dalla sgorbia. Adesso capisco di cosa è fatto il Golem di Nicola Nannini: di legno. Un gigante alto più di due metri e mezzo, pesante più di due quintali, scolpito togliendo legno su legno ad un tronco di un albero di tiglio.

Il Golem di Nannini è nato a Cento, in provincia di Ferrara, sulla circonvallazione, in via Falzoni Gallerani, dentro una grande stanza della Scuola di artigianato artistico del Centopievese. L’abitazione del pittore è pochi passi più in la, tra il viale alberato e la strada dove fino agli anni ’60 c’era un canalino.

Ammiro il Golem seduto su una poltrona comoda, posta a lato dell’atelier. Una musica elettronica scandisce il tempo del Golem che se ne sta lì con gli occhi socchiusi, né aperti né chiusi, pronti a schiudersi, in uno stato di preallerta. Nannini non è ancora arrivato, mi guardo intorno, vedo tavoli da lavoro, attrezzi per lavorare il legno, bozzetti appiccicati alle pareti, fotografie, un grembiule buttato per terra, teste di legno di varie dimensioni, di legno e argilla. Insomma, sono dentro un atelier, dentro lo studio d'artista di Nicola, che però è dentro un mobilificio. Se mi giro alle spalle vedo gli arredi, luccicanti, pulitissimi, in contrasto con la confusione e la polvere che attornia il Golem. Dei grandi fogli di nylon dividono gli spazi. Aspetto. Intanto arriva Andrea Maccaferri, presidente dell’Associazione culturale Il Ponte, praticamente il padrone di casa, che mi comincia a spiegare: «Una installazione strana come questa di Nannini non è la prima, abbiamo già fatto esposizioni azzardate, qui in galleria e nel negozio di arredamento. Con Franco Huller, nel 2008, abbiamo tappezzato tutto il pavimento della sala con foglie autunnali, i visitatori ci camminavano sopra. Con Giorgio Celiberti, l’anno scorso, abbiamo portato sacchi di acciaio e li abbiamo sparsi per terra, creando delle strisce da seguire. Mostre assurde, esagerate, per un paese di provincia. Per Nannini abbiamo sfondato il soffitto del negozio per posizionare una luce particolare sul Golem, un faro al mercurio di quelli che si usavano nelle officine del ’900, perché così si rende meglio l’atmosfera del laboratorio, che in fondo è uno spazio scenico, teatrale. Una grande stanza d’arte teatrale creata per il pubblico, dove tutti sono invitati a entrare, calpestare, sedersi sulla poltrona, addirittura spinti a toccare il Golem. Ogni pezzo dell’arredo ha le ruote, quindi la dislocazione può essere cambiata facilmente».

«Ti piace questo atelier effimero? - esordisce così Nannini che intanto ci ha raggiunti -, una fatica che provocatoriamente mi piace definire inutile, per un’installazione che non ha mercato. So già che in certe gallerie non la potrò portare non solo per le dimensioni (l’ingombro della installazione supera i 30 metri quadri, ndr) ma anche perché chi se lo porta a casa un Golem così enorme e inquietante?». Lo guardo come per dire “e quindi?”: «È un modo, un momento per riflettere sul mio lavoro. Fino a quattro anni fa mi compiacevo sulla mia tecnica pittorica, tralasciando tante volte i contenuti. Il Golem invece mi ha ridato la forza e l’energia di pensare a un tema, mettendo in secondo piano la tecnica. Mi trasmette l’energia primordiale, quella della creazione, un approccio primitivo. Sono andato verso la scultura per tornare alla pittura. Ho cercato un centro per trovare nuove periferie. Ho voluto crearmi un modello, per copiare in fondo me stesso. Esasperando certe sporcature, certe sfilacciature, divento più succube dei miei pensieri e meno della natura. L’opera non è il Golem, bensì il processo che lo realizza. Il mio Golem non è una scultura ma un essere della vita. Golem significa non finito, un continuum, eternamente non compiuto, finché cresci non sei finito. Una leggenda legata a quello che noi siamo, che ci arriva da Praga, dai luoghi che amo, dalla Mitteleuropa, dai miei maestri d’arte, Durer ed Egon Schiele, mescolati ai miei santi letterari, i surrealisti portoghesi, da William Butler Yeats che mi ha folgorato con la sua poesia Il secondo avvento, a Bertold Brecht, una sua poesia, A coloro che verranno, l’ho attaccata alle finte pareti dello studio-installazione».

Nicola ha così ricostruito il suo studio ideale, con al centro il Golem, e attorno tutti gli strumenti e gli arredi per vivere la sua stanza d’arte. Quella che non ha, dove c’è tutto quello che ci deve essere. Mi ricorda però che non è la stanza grande a fare grande un artista: «Metto in mostra l’utopia dello studio ideale; ho invidiato i colleghi che lavorano nei loft delle metropoli, poi però alla fine ho bisogno di intimità, di stare nel mio studio non eccessivamente grande. Gustave Courbet dipinse “Funerale a Ornans”, nel 1849, un quadro monumentale, largo più di tre metri, in uno studiolo piccolissimo, senza riuscire a controllare da lontano la profondità dell’opera che è una delle sue caratteristiche, alla fine ha fatto un capolavoro. Insomma, alla fine se ci sei ci sei. Non conta lo spazio».

Il progetto Golem ha avuto un’anteprima nel giorno dell’apocalisse dei Maya, il 21 dicembre 2012. ' stato esposto a Spazio Grisù, nell’ex caserma dei vigili del fuoco di Ferrara, nell’ambito della rassegna “Chiamata alle arti”. Dopo la tappa a Pieve di Cento, verrà spostato a Carpi, nel salone d’onore di Palazzo Ducale, a Comacchio a Palazzo Bellini, a Verona, a Sassuolo in un capannone industriale, a Vicenza, a Milano: «Il progetto scende come una palla di neve, si gonfia sempre più. Mi piacerebbe che la tappa finale fosse Praga, per riportarlo a casa».

Nicola non teme la fatica che comporta ogni trasloco dell’intera opera così complessa, ma il Golem gli è entrato dentro e non esce più. Anzi ne costruirà degli altri, ancor più grandi, anche in argilla non cotta. Il prototipo del Golem lo vuole fare diventare un automa, anzi un super-automa, inserendogli dei perni, in modo che possa fare movimenti, per renderlo ancora meno umano, metamorfosi artistica che punta alla sintesi plastica estrema.

In catalogo Nannini dichiara di aver cominciato a pensare al Golem nel 2010. In realtà, gli ricordo che stava prendendo forma già nella serie delle opere denominate Type che realizzò dal 2005: figure intere a grandezza naturale, dipinte a olio su tela, di persone ritratte vestite o nude. Una di queste in particolare, un uomo corpulento, aveva già le sembianze, la postura e lo sguardo con gli occhi socchiusi del Golem di oggi. Il Golem c’era già dentro di lui, da tempo. Era solo questione di farlo uscire, viveva già nei suoi autoritratti, nei ritratti di familiari e di committenti vari. Il Golem era già lì nei suoi notturni della bassa, viveva nei cupi paesaggi nella nebbia, nelle pianure dove Nicola ambienta le sue visioni. Il Golem vive in quel crinale esistenziale che Nicola ha sempre dipinto, fra la vita e la morte, presente nei suoi famosi Ritornanti, figure che aleggiano nei suoi dipinti notturni dedicati a Ferrara, a Bologna ed a tante altre città del mondo. Vedo i tratti del Golem anche nella serie delle bambole e dei giochi infantili dipinti dieci anni fa, soggetti inanimati, con le teste vuote. Come vuota è la testa del Golem, protagonista e vero padrone della stanza d’arte ideale di Nicola Nannini.

Andrea Samaritani

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