Palazzo Bonacossi, la genesi di un nome
Il primo proprietario del palazzo di via Cisterna del Follo fu il mercante fiorentino Diotisalvi esiliato dai Medici
di MICAELA TORBOLI
Palazzo Bonacossi prende il nome dall'ultima famiglia privata che lo possedette, legata all'antica prosapia mantovana dei Bonacolsi, dominatrice della città lombarda prima dell'ascesa dei Gonzaga. Ma dovremmo chiamarlo altrimenti: Palazzo Diotisalvi Neroni-Bonacossi, per ricordare il suo (presunto, come vedremo) primo proprietario, l'ambizioso, potente mercante e mestatore politico fiorentino Diotisalvi Diotisalvi (1403-1482) -spesso storpiato in Dietisalvi-, poi detto Neroni per via dei diversi membri della casata chiamati Nerone, come suo padre stesso.
Diotisalvi, dopo essere assurto alle più alte cariche della sua città, entrò in contrasto con i Medici. Venne esiliato nel 1466 come ribelle, e si trasferì a Ferrara sotto l'ala protettrice di Borso d'Este. Qui, nel 1469, secondo molte cronache avrebbe fatto costruire un edificio di suo gusto, che si dice alla fiorentina, nella zona vicina a Schifanoia.
Area che coniugava l'alto ed il basso, belle chiese, palazzi e monasteri illustri, ma anche luoghi spiacevoli come "casabitoli"(letamai) o macelli. La strada ove si trova il palazzo, via Cisterna del Follo, rimase dedicata a Diotisalvi per secoli, come si vede anche nelle piante settecentesche del Bolzoni.
A volte si legge che Diotisalvi ebbe la dimora già pronta, o, all'opposto, che essa porterebbe tracce del suo gusto artistico. In realtà il palazzo ferrarese in nulla rispecchia le preferenze architettoniche di Diotisalvi, quali vennero da lui stesso e dalla sua famiglia rese palesi nella loro dimora fiorentina, il grandioso Palazzo Neroni in borgo San Lorenzo (poi via de' Ginori 7, oggi di proprietà statale, si legga la sua storia nel volume a cura di Paola Benigni, Firenze, Edifir, 1996) che spira toscanità in bugnato rustico. E neppure gli somiglia il confinante Palazzo Gerini-Barbolani di Montauto, anch'esso eretto da Diotisalvi, forse su disegno di Michelozzo.
Per chiarire le origini della dimora ferrarese esaminiamo il lavoro di Alessandro Pasi, un grande erudito (morto nel 1890) che compilò una preziosa raccolta di documenti sulla storia delle strade e delle famiglie della nostra città, l'Archivio Pasi vanto della Biblioteca Ariostea.
Pasi viveva in via Cisterna del Follo 1, la casa voluta nel Quattrocento dai Tibertelli de Pisis e più nota come dimora di Giorgio Bassani. Era certo curioso di ricostruire la storia del palazzo vicino al proprio. Nella sua schedatura relativa al «Palazzo del Signor Conte Pinamonte Bonacossi posto nella via Cisterna del Follo contiguo alla casa Vaccari» (Biblioteca Ariostea, Archivio Pasi, Strade, b.27 fasc.89) vi sono dati diversi da quelli noti. Diotisalvi non sarebbe stato il primo attore del caso. In un atto del 26 novembre 1451 del notaio Libanoro da Corlo, il Monastero di Santa Maria in Vado investiva il fiorentino ferraresizzato ser Rodolfo de' Rodolfi (o Ridolfi) di sei casette con orti e di un vasto giardino nell'area che ci interessa, per volontà di Borso d'Este. Questo dono sarebbe alla base dell'erezione del grande palazzo seguita all'abbattimen. to delle casette.
Nel documento seguente trovato da Pasi, datato 5 marzo 1473 (rogito Benassuto de Benassutis), risulta che il Magnifico Cavalier Diotisalvi, ormai cittadino estense e consigliere segreto di Ercole I, entrava solo allora in possesso della «magna domus» già costruita al posto delle casette. Possiamo quindi pensare che i Rodolfi - Rodolfo è ormai morto, ma aveva eredi -, cui sarebbe spettato l'edificio edificabile fin da più di vent'anni prima, abbiano dovuto lasciar posto al ben più importante concittadino esiliato, per ottenere poi in cambio dal duca un terreno o un'altra casa. Forse quella in via Madama 25.
La sensazione di toscanità riguardo il palazzo, percepita in passato a Ferrara, poteva essere prodotto delle esigenze dei Rodolfi piuttosto che di quelle di Diotisalvi.
Ai nostri occhi Palazzo Diotisalvi Neroni appare comunque assai estense e affatto toscano, anche se nel Quattrocento era certo diverso da come lo vediamo oggi, perché si sa che fu sopraelevato in un secondo momento, e quindi è difficile dare un giudizio preciso, che va rimandato a più vasti approfondimenti.
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