Spina, “città dei morti” così ricca di reperti
Viaggio nella storia degli scavi del secolo scorso con il ritrovamento di migliaia di tombe dell’antica necropoli
A volte capita. Fra le carte raccolte qua e là sbuca una busta contenente fotografie. Non è certo un’attività di archeologia domestica, ma le immagini ritrovate appartengono agli scavi archeologici degli anni ’60 del secolo scorso, realizzati in valle Pega nella necropoli di Spina (città fondata sul finire del VI sec. a.C.): fotografie che l’Ente provinciale del turismo di Ferrara offriva ai giornali per la dovuta promozione. Certo, la scoperta in bianco e nero rivela nulla di nuovo, fatta eccezione per un’immagine a volo d’uccello che presenta in tutto il suo splendore lo straordinario corpus di reperti - sicuramente una buona parte - rinvenuto nel corso di quegli scavi. La foto “soffitta del Museo di Spina” - luogo nel quale all’epoca erano stati ricoverati i reperti archeologici spinetici - accoglie la grandiosa testimonianza dei corredi portati alla luce dagli archeologi. Quasi da togliere il fiato. Si notano grandi crateri con volute, vasi ovunque, oinochoe a bocca trilobata o tonda, anfore, kylix e piatti. Reperti di pregevolissima fattura ceramica, decorati a figure su fondo nero.
Esemplari che, nel corso degli anni, sono stati oggetto di cura per schiere di archeologi della Soprintendenza per i Beni architettonici e per il paesaggio con la direzione del Museo Archeologico, i quali hanno dedicato anni allo scandaglio scientifico, catalogando, restaurando e conservando i reperti.
Nel 1953 su Valle Pega si accendono i riflettori per le novità archeologiche che emergono dai terreni bonificati. Già negli anni ’20, più precisamente il 3 aprile ’22, da Valle Trebba scaturiscono le prime vestigia della città greco - etrusca di Spina con gli esempi elegantissimi di corredi funerari della sua necropoli rinvenuti sotto l’occhio attento di Augusto Negrioli (292 tombe) cui seguirà, nella seconda fase, il soprintendente Salvatore Aurigemma (921 sepolcri). Il 20 ottobre ’35 viene inaugurato il Museo Archeologico di Ferrara. Nel ’54, a seguito di rinvenimenti, parte a ritmo serrato la campagna di scavo che si protrae oltre cinque anni portando gli archeologi ad esplorare 1.810 nuove tombe. L’emporio greco etrusco affacciato sull’Adriatico rappresenta la porta d’ingresso per i traffici marittimi che si sviluppano nella Padania.
Inizialmente un villaggio, quello di Spina, che si arrocca nel delta del fiume, a cavallo fra la terra degli Umbri e dei Veneti. Un centro di commercio che dalla Grecia si radica nell’area etrusca. I corredi rinvenuti nelle tombe della necropoli, sia che si tratti di inumazioni, 1.143 complessivamente, o cremazioni (meno diffuse 495), di rito incerto il 10% (72), presentano suppellettili a volte contrassegnate con graffiti sia di cifra etrusca che greca così come, prevalentemente quest’ultima, doveva essere la cultura di Spina.
Insomma, finanziatori esteri di una cohousing con gli etruschi, come diremmo oggi, che mantengono il legame con la patria portando a Delfo copiose decime: i proventi dei floridi commerci. Ed eccolo l’archeologo Nereo Alfieri, responsabile degli scavi, al centro di un’immagine del 31 maggio ’56 che tiene fra le mani un cratere rinvenuto nella tomba 17C (come riporta a tergo la foto, con timbro dell’Ente provinciale per il turismo). O l’altra, in cui, disposti ad emiciclo, sul bordo di uno scavo, in tanti assistono in presa diretta al disvelamento dei tesori della necropoli. Le condizioni degli scavi sono difficili, specie quelli eseguiti quasi in contemporanea con la sistemazione idraulica. Questi territori strappati alle acque conservano la loro natura primigenia, quindi non sono stati oggetto di coltivazione agricola, anche se l’acqua con gradiente salino elevato ha fortemente pregiudicato la conservazione delle testimonianze, specie di natura ferrosa ma anche lignea.
Le evidenze archeologiche hanno rilevato la carestia di manufatti lapidei - ben più cospicua in altre realtà etrusche dell’interno, non foss’altro per ragione di facilità di approvigionamento di pietre o materiale lapideo. L’insieme di palafitte che componeva in prevalenza la morfologia abitativa di Spina - vedi resti di palafitta dell’abitato di Spina, in località Pavanella, riportato sul bel volume Spina Alfieri, Arias e Hirmer, Firenze, 1958 (da cui sono tratti i dati segnalati a scavi ancora in corso), di cui i coevi scavi nell’area dell’abitato induce a sottolineare come, la “città dei morti” sia stata decisamente più provvida di testimonianze rispetto alla più precaria - costruita in legno - , poi estinta, “città dei vivi”. In una siffatta realtà esistevano, a sintesi della vita comunitaria greco etrusca, luoghi significativi di matrice culturale e religiosa. Il sito di Santa Maria in Padovetere (VII sec. d.C.), assicurano gli studiosi, insiste su un’area in cui preesisteva un tempio pagano. La prassi infatti consigliava di mantenere i luoghi/edifici di carattere religioso e riconvertirli al culto cristiano. Un alternarsi di testimonianze della religione ben evidente nei complessi architettonici che da secoli accompagnano la nostra storia; un capitello qui, una trabeazione là, colonne in porfido accanto ad altre, non certo coeve, in marmo. Chissà se alla Motta della Girata l’idea di edificare un tempio pagano soggiaceva alla stessa filosofia di conservazione o riutilizzo dei luoghi di culto più antichi...
Semmai ce ne fosse ancora bisogno, queste fotografie delle tombe della necropoli di Spina, e più ancora quella della “soffitta” del Museo, ci restituiscono l’immagine di un territorio che è stato crocevia di civiltà, fra oriente e occidente, tanto che la città di Comacchio, anch’essa porto nevralgico in epoca medievale, rappresenta l’erede naturale di questa storia. La storia, si sa, non fa salti.
Lucia Felletti
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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