L’uomo che reinventò il teatro lirico
Fu direttore del Teatro Comunale di Ferrara, della Scala di Milano e del Metropolitan di New York
di FABIO ZIOSI
Immaginate. «Ferrara, aprile 1945. Le truppe di liberazione alleate entrano nella città sfilando per Corso Giovecca, e la folla applaude euforica, ammassata lungo i marciapiedi. All'altezza del numero civico 157, un giovane soldato americano si ferma davanti alla lapide di marmo che campeggia tra le finestre di un severo palazzo del Settecento. Si sfila la bustina militare. Sembra fissare le persiane. Uno dopo l'altro, anche gli altri soldati si fermano, incuriositi. Tutti piantati con il berretto in mano e il naso all'insù, verso la scritta incisa nel marmo. Il giovane tenente si schiarisce la voce e attacca a cantare “Addio fiorito asil, di letizia e d'amor…”. È un Pinkerton generoso, con la pronuncia americana e gli occhi lucidi, ed è evidente che per lui, venuto da un altro mondo, con il sogno di Caruso in testa, Italia vuol dire soprattutto opera lirica, Puccini, la Scala. Tutto, ora, è silenzio. Non significano nulla, per quei ragazzi soldati, le parole incise su quella pietra levigata e chiara, ma il nome al centro lo riconoscono in molti: Gatti Casazza». Sembra la scena di un film e invece è un passo dal bel libro di Alberto Triola “Giulio Gatti Casazza. Una vita per l'opera. Dalla Scala al Metropolitan il primo manager dell'opera” (Zecchini editore). Il libro è ricco di queste “scene” cinematografiche perché la figura di Gatti Casazza è stata realmente così e nel volume Triola (uomo impegnato stabilmente in campo teatrale e musicale) ce la svela e ce la presenta con una ricca serie di documenti: tanto per cominciare vi è contenuta l'autobiografia “Memories of the Opera”, finalmente tradotta in italiano (un libro nel libro); poi il carteggio tra Gatti Casazza e l'amico Giuseppe Agnelli (scritto tra il 1919 e il 1933) direttore della Biblioteca Comunale Ariostea; infine una minuziosa cronologia del lavoro svolto da Gatti Casazza al Comunale, alla Scala e infine al Met di New York.
La figura di Gatti Casazza è poco nota in Italia ma molto conosciuta nel mondo anglo sassone. Fu lui a far diventare il Met un tempio della lirica, a far conoscere negli States l'opera di Puccini, Verdi, Wagner e voci come quella di Caruso. Fu lui a portare la lirica alla radio la sera di Natale del 1931, trasformando il modo di divulgare quest'arte fino ad allora rimasta chiusa nei teatri. Il Time gli dedicò due copertine e la sua figura entrò anche nel mondo del cinema.
Gatti Casazza nacque a Udine nel 1869 e morì a Ferrara nel 1940 (il prossimo anno pertanto ricorre il 75° anniversario della scomparsa), proprio nella casa di Corso Giovecca. Quella lapide di cui accennavamo prima, non è però dedicata a lui ma al padre Stefano Gatti Casazza, garibaldino, deputato e direttore del Teatro Comunale di Ferrara prima del figlio. L'unica testimonianza di Giulio Gatti Casazza è la lapide all'ingresso del Teatro Comunale che ricorda come grazie alla generosità dell'allora direttore del Met, fu possibile restaurare la sala grande del Comunale; nel 1923 inviò un assegno di 45.000 lire tramite i buoni uffici dell'amico Agnelli. Gatti Casazza fu un "manager culturale" che chiuse un'epoca nel modo di gestire un teatro e ne aprì una nuova con la quale ancora oggi bisogna confrontarsi per la sua modernità. Lui, laureatosi ingegnere navale un po' controvoglia (anche se quella formazione scientifica gli servì per guidare i teatri), scoprì ben presto la sua vera passione che divenne un mestiere quasi per caso. Tutto iniziò nella nostra città quando, nel 1893, il Conte Cosimo Masi, sindaco di Ferrara, volle affidargli la guida del Teatro. Giulio aveva solo 24 anni. Furono anni intensi che crearono le basi di quel successo che lo avrebbe portato ad altissimi livelli. Quella "gavetta" fu sempre riconosciuta, anche da lui, come fondamentale. Entrò in contatto con artisti e grandi autori. Famoso l'episodio del telegramma che scrisse a Verdi dopo l'esecuzione del “Falstaff” nel marzo 1899 per raccontare del grande successo ottenuto. Il Maestro rispose: «Lieto della buona novella ringrazio e auguro all'Impresa il successo che vien dopo quello della cassetta». «Quelle parole - scrive Triola - del 'successo che vien dopo quello della cassetta' si fissarono nella mente del giovane Gatti Casazza e non ne uscirono più. Sarebbero state spunto, guida, metro di giudizio per una vita intera». Furono, a dire il vero, anche una delle cause di attrito con Arturo Toscanini che giudicava “troppo mercantile” questo modo di intendere l'arte. Nel 1898 il Conte Guido Visconti propose a Gatti la guida della Scala e fu qui che si creò quel binomio imprescindibile che fu la coppia Gatti Casazza-Toscanini. I due (29 anni uno e 30 l'altro) portarono una ventata di radicale cambiamento nel teatro milanese che aveva, prima del loro arrivo, subito anche l'onta della chiusura per più di un anno. La "filosofia imprenditoriale inedita" dell'uno e la direzione dal podio dell'altro portarono la Scala in cima ai teatri mondiali. Questo lavoro durò fino al 1908 e fu la consacrazione mondiale per i due. Fu questo successo a far sì che gli americani chiamassero Gatti Casazza al Met. Dopo una trattativa, nemmeno tanto lunga, il ferrarese accettò, chiedendo che anche Toscanini fosse chiamato sul podio di New York come direttore artistico. Gatti sapeva che la situazione americana non viveva una buona stagione. Una sfida, quindi, che forse lo stimolò ancora di più. La sua direzione durò sino al 1935, la più lunga in assoluto di un solo uomo al comando del Met. Il suo lavoro, ancora oggi, fa parte del patrimonio del più grande teatro d'opera al mondo.
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