Amore e natura con Quilici junior
Brando, figlio di Folco, porta al cinema “Il mio amico Nanuk”: «Circolo Polare oasi da proteggere»
Giovedì 13 novembre uscirà in tutte le sale italiane Il mio amico Nanuk, distribuito da Medusa Film. La pellicola è stata girata tra i ghiacci del Canada settentrionale, dove il giovane Luke (Dakota Goyo, il 15enne protagonista) scopre che un cucciolo di orso polare è stato separato dalla madre. Ponendosi l’obiettivo di ricongiungere i due, il tenace ragazzino trova l’aiuto della guida Muktuk, mezzo Inuit e mezzo canadese, che conosce a fondo il territorio in cui vivono gli orsi bianchi. Per portare a termine la missione, Luke dovrà imparare a proteggere se stesso e l’orsetto dai pericoli che riserva la natura selvaggia. Un film che riavvicina agli altri e al paesaggio incontaminato, allo stato brado e dolce al contempo, in grado di trasmettere l’importanza dei legami affettivi nella vita delle persone e dell’ecosistema circostante, tanto in condizioni estreme quanto nella quotidianità.
Poche settimane prima del lancio nei cinema, arriva nelle librerie l’omonimo romanzo per Sperling&Kupfer, firmato da Brando Quilici, sceneggiatore del progetto e regista insieme a Roger Spottiswoode. Figlio di cotanto papà (Folco), ha sulle spalle trent’anni di esperienza con documentari per Discovery Channel e National Geographic, e uno intero lo ha impiegato in sopralluoghi per disegnare lo storyboard del film.
«La fortuna - ha commentato il regista - si è avverata nel bel tempo e nell’indole dell’orsetto, che adorava stare con Dakota. Si sono divertiti molto insieme». Del resto nulla è stato casuale e Quilici ci ha raccontato la sua avventura.
Quando è nata la passione per un luogo così freddo?
«È iniziata anni fa con i viaggi nell’Artico. Una mattina nella Baia di Hudson, con la neve alta sino al ginocchio, mi è spuntato all’improvviso un orso di fronte. Da allora mi sono innamorato di quel mondo a sé, accorgendomi dei villaggi sperduti dove i grandi mammiferi sono di casa. E a volte è pericoloso quando si avventurano in cerca di cibo tra le abitazioni; quindi ho immaginato il modo in cui un ragazzino sportivo riuscisse a riportare un cucciolo impaurito dalla madre, a lieto fine. E volutamente il protagonista non è un eschimese, dato che in numerosi giungono dai dintorni per studiare il ritiro dei ghiacciai».
Perché un cucciolo salva un altro cucciolo?
«Beh, intanto perché è dolcissimo tenere un orsetto bianco tra le braccia, non lo lasceresti mai. Scherzi a parte - continua -, il messaggio del film vuole mostrare che il Circolo Polare Artico non è solo una distesa ricca di minerali da estrarre, bensì un paradiso terrestre popolato da milioni di esseri viventi. Un’oasi da proteggere».
Come è stato dirigere le riprese in due?
«Davvero interessante; mentre Roger svolgeva le scene con gli attori, io mi occupavo di quelle naturalistiche. Abbiamo finito di riprendere la vita degli orsi nel 2013, lavorando poi un altro anno in post-produzione. Le scene sono originali e le abbiamo filmate, grazie a dei permessi speciali, proprio dove si riproducono, sulle Isole Svalbard in Norvegia».
Ci sono state difficoltà?
«Sia Roger che io avevamo due scadenze: il cucciolo che cresceva a vista d’occhio e lo scioglimento annuale dei ghiacci a giugno. Perciò abbiamo lavorato con troupe complementari e in contemporanea. È stata una corsa contro il tempo, avendo girato in 32 giorni ciò che avrebbe richiesto un anno».
E il rapporto con Nanuk?
«Il piccolo è nato e cresciuto in cattività, proveniva da un acquario che ce l’ha affidato per tre mesi. Essendo una specie protetta, si è spostato con lui un rappresentante dell’American Humain Association, che controllava non si affaticasse e ricevesse le cure adatte; difatti gli davamo il biberon sei volte al giorno a orari regolari. È arrivato che pesava 22 chili e l’abbiamo salutato a quota 37... si è trovato bene con noi».
Matteo Bianchi
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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