Gli Este mecenati d’arte ma con il mistero
L’opera “Il Festino degli dei” realizzato da Bellini per Alfonso I rivelò in seguito tre strati di pittura con soggetti diversi
La data di nascita del pittore Giovanni Bellini è incerta (Venezia 1430? - Venezia 29 novembre 1516) e ciò ha dato adito a varie interpretazioni, prima fra tutte è che sia stato legittimato dal padre Jacopo, dopo il matrimonio, poiché pare sia nato prima del sacramento. Per codesta ragione potrebbe essere fratello maggiore di Gentile.
Il Bellini acquisì la tecnica del fratello ma risentì, nelle opere giovanili, dell’influenza del cognato, Mantegna. Egli dimostrò fin da subito d’esser abile disegnatore e, d’aver grande padronanza nell’uso delle ombre e della luce. Aveva dipinto decine di Madonne con Bambino e, per lui, gli argomenti mitologici con figure nude o seminude erano tabù. Ma, proprio agli inizi del 1500 dipinse, un quadro ad argomento prefissato per l’allora “dea Minerva”, ovvero Isabella d’Este, che l’avrebbe appeso nel suo camerino a fianco della “Natività” dello stesso maestro, innalzandolo così tra i grandi pittori del tempo ma, di lì a poco, il duca Alfonso I d’Este entrò in possesso dell’opera pagandola comodamente negli anni dal 1509 al 1514 e solo dopo avergli fatto apportare alcune modifiche.
Per i veneziani era Messer Zuan Bellin ma la firma che apponeva e si divertiva a nasconder tra cartigli o piedistalli di marmo, in paesaggi dove i personaggi s’intersecavano con la natura, in una simbiosi contemplativa era Joannes Bellinus Venetus, M.D.XIIII.
Il Giambellino, come divenne poi, aveva animo sereno e, non smise mai di dipingere. Ciò, influì sul pensiero di Bonicatti nel 1964, il quale, analizzò la cifra umanistica belliniana e, su quello di Turner che, solo due anni dopo ne studiò approfonditamente “il paesaggio”, nel quale ogni tinta armonizzata, ridona un panorama veritiero della vita.
“Il Festino degli dei”, conservato nel ‘camerino d’alabastro’ di Alfonso I, subì molte vicissitudini, passò ai Camuccini di Roma ed al Duca Northumberland d’Inghilterra.
Il mistero nel dipinto
L’opera di Belliniconserva una storia interna, venuta alla luce, solo per merito dell’uso dei raggi X da parte di Walker, il quale, analizzandolo, scoprì ben tre strati di pittura con soggetti diversi.
Nel primo strato, Bellini, rappresenta alberi reali come quelli raffigurati nell’Uccisione di san Pietro martire. Nel secondo vi sono alcune modifiche attribuite o al Dosso Dossi oppure al Tiziano, rappresentanti cascine, arbusti e rovine, mentre nel terzo, indubbiamente del Tiziano, si trova al centro un picco di roccia. L’ultimo rimaneggiamento è datato perciò 1516, ma questo non ha tolto “poesia” al capolavoro del maestro che, alla vista della sua opera, ci conduce in un mondo mitico....
Oggi, esposto alla Washington National Gallery, il “Festino” brilla di una chiarore diffuso, equilibratamente classico e dona una sensazione di pax idilliaca.
L’episodio commissionato, fu tratto dai Fasti di Ovidio ed aveva come soggetto, il mito di Priapo (si narra che Priapo, venerato nella Grecia antica ed a Roma, per il suo enorme fallo, fosse un dio, espulso dall’Olimpo, figlio d’Afrodite e di....daltronde mater semper certa est, pater... ed ubriaco tentò d’abusare di Estia ma un asino ragliando, non gli permise di farlo) però era un episodio scandaloso da ritrarre e Pio Bellinus, il quale nascose con drappi le nudità, non soddisfò il duca Alfonso I, il quale ricorse così alla mano del suo allievo, Tiziano, che lo terminerà nell’anno di morte del suo maestro.
Dopo la devoluzione, i Legati pontifici si preoccuparono d’ammucchiare le opere degli artisti ferraresi del’500. Iniziatore del rastrellamento fu il cardinale Aldobrandini e, questo perché fu fatto? Per destinare alla sua collezione privata romana (oggi galleria Borghese) le opere sottratte alla città. I Legati erano sempre in competizione con le famiglie patrizie ed altri seguirono l’esempio del Cardinale, ovvero Orazio Spinola (1605-1616) e, poi Giacomo Serra(1616-1623). Di quest’ultimo, i ferraresi non hanno un buon ricordo, poiché prima di lasciare l’ex urbe estense, spogliò le chiese dei quadri del Mantegna, del Giambellino,del Tiziano, del Carpi, del Garofalo e dell’Ortolano, sostituendoli con copie di Naselli, Bononi e Scarsellino.
Ecco, alcune delle opere pittoriche degli artisti ferraresi che il mondo c’invidia esposte alla National Gallery di Washington: “San Floriano” di Francesco del Cossa (Ferrara 1435-Bologna 1478) - san floriano; “Il Festino degli dei” di Giovanni Bellini; “Giovanni II Bentivoglio” e “Ginevra Bentivoglio” di Ercole de’ Roberti (1450-1496); “Circe ed i suoi amanti” di Dosso Dossi (1490-1542).
Mirella Golinelli
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google
