La Nuova Ferrara

prosa

Il visitatore: nessun effetto speciale ma profonda empatia

di FABIO ZIOSI
Il visitatore: nessun effetto speciale ma profonda empatia

Applausi e ripetute chiamate in scena per lo spettacolo, la regia di Binasco Haber e Boni conquistano il pubblico. Bravissimi anche Bracciforti e Tedeschi

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FABIO ZIOSI. Cominciamo dalla fine. Dopo cento minuti d’intenso lavoro sono i prolungati applausi e le ripetute chiamate in scena a decretare la fine e il successo di “Il visitatore” di Eric-Emmanuel Schmitt, che l’altra sera ha aperto alla grande la stagione di prosa del Teatro Abbado. Alessandro Haber sprizza soddisfazione da tutti i pori e all’ennesima uscita chiama uno spettatore di prima fila, gli stringe la mano e con l’altra fa capire che la sta stringendo a tutti i presenti in teatro. Gesto senz’altro da consumato attore, ma anche segno di ricerca di sincero contatto col pubblico. Con Haber sul palco Alessio Boni, Nicoletta Robello Bracciforti e Alessandro Tedeschi poi raggiunti dal regista Valerio Binasco .

Un teatro di “parola” quello andato in scena, senza effetti speciali, ma tutto basato sul dialogo, sulla ricerca di misurarsi con le parole, ora aspre, ora ironiche, ora suadenti, ma sempre essenziali ai fini della comprensione e del coinvolgimento di chi assiste. Siamo anche noi seduti in quella stanza (belle le scene di Carlo De Marino come i costumi di Sandra Cardini e le musiche di Arturo Annecchino) ad assistere alla discussione tra due grandi: da una parte Sigmund Freud (Haber) e dall'altra Dio (Boni). È quest’ultimo “il visitatore” del titolo, un Dio vestito da barbone con il bel viso di Boni dai capelli biondi e ricci, che una sera dell'aprile del 1938 in pieno Anschluss (Annessione) dell’Austria da parte dei nazisti, entra nella casa di Burgstrasse 19 dove abita il padre della psicanalisi, ateo fondatore e ideologo di un pensiero ateo. Ma è il Freud della parte finale della sua vita, ammalato e sofferente e con in più il dramma dell’occupazione nazista, la persecuzione in quanto ebreo, la necessità di lasciare l’amata Vienna e la preoccupazione per la figlia portata via dalla Gestapo.

A Freud che chiede con insistenza all’intruso chi è, questi risponde: “Anche se ve lo dicessi non mi credereste”. “Voi siete un matto o un malato…prendete un appuntamento”. “Ma io sono venuto qui per ammirazione”. Non sembra possibile nessun dialogo ma il “paziente” non molla, vuole avere risposte da chi è famoso per aver dato risposte a tutti. Dio - o il pazzo - lo cattura cominciando a raccontare pezzi di vita di Freud, quella vita nascosta che ognuno di noi tiene ben stretta. “Ma tu, ma tu - ripete interdetto - come fai…è impossibile, qualcuno vi avrà informato”. Ma il dubbio inizia a insidiarsi anche in Freud: “Io non posso credere che voi…siete lui”. E nel momento in cui il tarlo del dubbio lavora, inizia anche la discussione tra i due, lo scambio sulla poltrona (il lettino dello psicanalista) dove ognuno racconta i suoi problemi. Perché sì, anche Dio ha i suoi: “Essere Dio è una prigione da cui non si può evadere. Essere Dio è una noia e una solitudine atroci”. E allora si parla di tutto: di libertà, del senso della vita, di bellezza. Senza sconti per nessuno. Chissà se alla fine stanno per credere e cedere uno davanti all'altro. Ma, come il Dio-clochard è apparso così scompare e anche noi non sapremo mai se è stato tutto un sogno.

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