Un banchetto con le “ciupete” di re Mida
Il marchese Nicolò II d’Este mise in tavola anche il pane dorato invitando come ospite d’onore il fratello di Urbano V
di MICAELA TORBOLI
Anno 1368, 13 febbraio. Tempo di carnevale. Nel palazzo del marchese Nicolò II d'Este detto “lo Zoppo” (era gottoso) e dei suoi fratelli fervevano i preparativi di un banchetto tanto sontuoso da restare negli annali. Il Castello non esisteva ancora, ma l'edificio di fronte al Duomo ove risiedeva la corte non era certo da poco, se si pensa che era stato affrescato da Giotto una cinquantina d'anni prima, come narra anche Vasari di quest'opera perduta.
Ospite d'onore del convito fu nientemeno che il pugnace fratello di papa Urbano V, cardinale Anglic de Grimoard de Grisac, che il 5 gennaio 1368 si era insediato a Bologna come legato pontificio e vicario generale delle terre della Chiesa. L'anno precedente la curia papale aveva lasciato Avignone dove risiedeva per trasferirsi a Viterbo, anche per le preghiere dei nobili italiani, compreso Nicolò II, che si era recato personalmente in Francia nel 1366 per convincere il pontefice a riportare la sede di Pietro in Italia. Il ritorno fu però un'esperienza negativa che sarebbe finita di lì a poco, e nel 1370 il pontefice tornò in Francia. I maligni affermavano che ai cardinali francesi, che erano la maggioranza, non piaceva il vino italiano, e per questo desideravano rivedere casa. Certo le beghe italiche, e soprattutto la presenza ingombrante su molti fronti conflittuali, compreso quello ferrarese, di Bernabò Visconti, signore di Milano insieme al fratello Galeazzo, scoraggiavano l'impegno diretto del papa.
Intanto Anglic intraprendeva visite per le provincie a lui sottoposte, scrivendo attente relazioni . (Descriptiones e Precepta) preziose per gli storici che vi trovano le notizie più diverse, come la prima attestazione della ricetta della piadina romagnola. Ma ben altro che rustiche piadine Anglic avrebbe assaggiato al banchetto di Ferrara. La testimonianza più completa dell'avvenimento è tarda e reca non pochi errori così da dover essere qui e là corretta: si trova in un manoscritto dell'Ariostea (cl.I 534, sec.XVI), Principio et origine di Ferrara di Jacopo da Marano. Era costui un discendente di Bichino da Marano, personaggio benvoluto da Nicolò II, ed è possibile che la memoria del convito sia rimasta in famiglia. Jacopo sostiene che la festa solenne cadde il giorno 13 febbraio, e la data sembra plausibile perché secondo lo storico Frizzi il cardinale si trovava a Ferrara dal 6 febbraio insieme a Guido da Polenta, Rodolfo da Camerino, membri delle casate Gonzaga, Malatesta e da Carrara. Siccome le battaglie non si fanno solo con le armi, Nicolò II usò l'astuzia per far capire a Bernabò che non lo temeva, essendo ricco e potente quanto lui: c'era pure una rivalità ulteriore dato che i due erano cognati, per via delle nozze dell'Estense con Verde della Scala, sorella della consorte del Visconti, Beatrice detta Regina per la magnificenza della quale si circondava. La parola d'ordine per i cuochi estensi fu : stupire. E lasciarono tutti senza fiato, perché ogni pietanza era coperta d'oro. L'oro a 23 o 24 carati, come l'argento a titolo 1000, è commestibile, non nuoce alla salute ed anzi viene anche oggi utilizzato in farmacia contro i reumatismi, e si usa (in foglietti sottilissimi, fiocchi, polvere) posato sui risotti oppure per decorare gli spaghetti al nero di seppia, cioccolatini o confetti e in sospensione nei liquori. Secondo Jacopo quel 13 febbraio per ogni commensale c'era un vassoio d'oro con il pane indorato. La "ciupeta" di re Mida. Ognuno si lavò le mani in un bacile d'oro. Le torte, gli arrosti, le vivande tutte erano laccate d'oro, così come ogni stoviglia riluceva come il sole, anche se Jacopo parla anche di bronzi dorati e di certo quasi tutti questi oggetti non erano d'oro, ma d'argento dorato di grande effetto. La grandiosa accoglienza fruttò al marchese di Ferrara l'alleanza consolidata con la Chiesa, la ricomposizione delle liti con alcuni nemici ed ex amici (le alleanze al tempo duravano poco), e un "breve" papale che concedeva agli Estensi privilegi cerimoniali. Per tutta risposta nell'aprile del 1368 Bernabò invase le terre dei Gonzaga coinvolgendo la flotta alleata estense sul Po. Mentre infuriavano le scaramucce e s'interessavano diplomazie e truppe delle maggiori potenze, a Milano l'attacco al prestigio estense venne da un'occasione di rivalsa sociale studiata a tavolino. Narra la vicenda Bernardino Corio, cronista sforzesco milanese autore della Patria Historia (scritta tra 1485 e 1503). Sappiamo da lui che Galeazzo Visconti conobbe "lo re de Ingalterra", Edoardo III Plantageneto. Decise di legarsi al sovrano, "dando una sua figliola, nominata Violante, per mugliere a Lionetto, duca de Clarenza genito dil prefato re, con la dota di cc milia fiorini e la cità de Alba con molte terre e castelle dil Pedemonte". Lionetto era Lionel of Antwerp (poiché nato ad Anversa nel 1338), primo duca di Clarence, terzogenito del re d'Inghilterra, vedovo di Elizabeth de Burgh contessa d'Ulster. I fratelli Visconti vollero nozze prestigiose per Violante a scorno e monito dei rivali: gli inglesi, invece, erano certi che Lionel sarebbe diventato re d'Italia. Tra maggio e giugno del 1368 il duca arrivò a Milano per sposarsi, protetto da una nutrita milizia e dai temibili arcieri inglesi. La dote della giovane, siglata a Westminster, era tanto ingente da portare quasi alla rovina la sua famiglia. Galeazzo e Regina organizzarono per gli sposi un banchetto chiaramente copiato da quello ferrarese "d'oro" del febbraio precedente. Secondo studi recenti è possibile che vi partecipassero Geoffrey Chaucer autore dei Racconti di Canterbury, insieme al massimo poeta francese del tempo, Jean Froissart, ed è certo che vi fu Francesco Petrarca. Le 18 "imbandisoni" comprendevano porcelli dorati che sputavano fuoco, lepri, lucci, vitelli, carpe, quaglie e pernici, tutti dorati, con salsette saporite all'aglio e limone. Ad ogni portata erano presentati costosi elementi atti a dimostrare la potenza economica viscontea; levrieri con collari di seta e velluto, falchi protetti da cappucci ornati di pietre preziose, selle decorate, armature, pezze di stoffe pregiate, vasi d'argento e botticelle di liquori rari, cavalli bardati con ornamenti ricamati con le insegne della casata, mantelli di velluto infiocchettati e foderati di ermellini, fiori di perle e catini d'argento ricolmi di gemme. Insomma una esibizione in grande stile, per surclassare i parenti/serpenti Estensi. Il matrimonio anglo-italiano non fu fecondo, anche perché durò appena tre mesi: nel settembre 1368 Lionel morì ad Alba, ed ovviamente si parlò di veleno. I suoi inglesi cercarono di tenere la città e le altre terre piemontesi che il duca di Clarence aveva ingenuamente pensato di godersi, ma infine cedettero il patrimonio ai marchesi di Monferrato per una forte somma. Comunque nell'aprile 1377 papa Gregorio XI convinse il marchese di Monferrato a sposare Violante, vedova di Lionello, e così parte della dote tornò in famiglia, anche perché la dama, rimasta di nuovo vedova nel 1378, passò poi a nuove nozze con il cugino Ludovico Visconti signore di Lodi.
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