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cento - venerdì alla pandurera

Il grande Albertazzi ci racconta il Mercante di Venezia moderno

Il grande Albertazzi ci racconta il Mercante di Venezia moderno

Sarà il grande Giorgio Albertazzi ad inaugurare la stagione di prosa 2014/2015 all’auditorium Pandurera di Cento. L’attore venerdì alle 21 porta in scena Il mercante di Venezia di William...

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Sarà il grande Giorgio Albertazzi ad inaugurare la stagione di prosa 2014/2015 all’auditorium Pandurera di Cento. L’attore venerdì alle 21 porta in scena Il mercante di Venezia di William Shakespeare. Siamo riusciti a intervistarlo: ha parlato di solitudine, amore e vita.

Quali sono la forza e l’attualità di questo lavoro secondo lei?

«Shakespeare è come la vita e la grande poesia non teme le maglie del tempo. Il tempo è una convenzione molto banale, un’illusione. Dire che Il mercante di Venezia è un capolavoro è dir poco e per come la vedo io non si tratta di testo antisemita o strettamente legato al denaro; parla piuttosto di diversità e solitudine. Ecco perché interessa ancora oggi. Shakespeare da inizio ’600 in poi, è stato accusato di non essere l’autore dei suoi capolavori: ne avrà sofferto? Immagino di sì. Credo abbia provato forte senso di emarginazione e solitudine nella sua vita».

Se l’opera invece di risalire a fine ’500 fosse stata scritta oggi, chi sarebbe Shylock?

«Chiunque all’interno della comunità si comporti con supponenza e arroganza. Shylock è chi, avendo a disposizione molto denaro, pensa di poter essere al di sopra delle norme; ma pure chi è rancoroso e solitario. L’aspetto interessante di questo allestimento è l’umorismo e la leggerezza che si respirano in scena. Nello spettacolo si ride, ci si diverte e contemporaneamente cresce la consapevolezza e ci si rende conto che è l’amore a guidare i rapporti umani: l’amore è il motore di tutto».

Calca le scene da vari decenni, cosa la spinge a continuare?

«Sono un artista, non faccio un mestiere. Fare l’attore non è un mestiere, certo, ci sono cose da imparare ma allora - sorride - anche fare l’angelo è un mestiere, perché l’angelo deve imparare a volare. Non posso smettere di essere attore, non si può smettere di essere artisti: si smette quando si muore. Io sono questo, sono nato così».

Così non ricorda lo sbocciare dell’amore tra lei e il teatro?

«Non saprei ricondurlo a un momento preciso. Più vado indietro nel tempo, scavando nella memoria, e mi accorgo che già da bambino comunicavo con gli altri attraverso la finzione. Raccontavo di viaggi che non avevo fatto, luoghi bellissimi che non avevo visitato. Ma tutti mi credevano - chiude -; mi sono innamorato del teatro e ho vissuto questo amore come un’avventura straordinaria».

Samuele Govoni

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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