Albertazzi affascina la platea di Cento
L’attore ha aperto la stagione teatrale alla Pandurera con i quesiti sempre attuali di Shakespeare
«Se lo sai portare con eleganza anche il bastone può diventare un oggetto di scena».
A pochi minuti dall’inizio dello spettacolo Giorgio Albertazzi compare da dietro il sipario chiuso e saluta il pubblico. Racconta un po’ degli ‘acciacchi’ della compagnia: «Io ho la sciatica, il mio amico si è fatto male a un piede, ci sorreggiamo entrambi… Siamo il duo di bastoni - dice sorridendo e strappando sorrisi -, ma quante belle centesi che ci sono qui in prima fila… Grazie per essere qui e speriamo che la serata ci porti fortuna».
È un uomo d’altri tempi Albertazzi, uno di quegli attori definiti ormai da anni ‘mostri sacri’. Calca le scene teatrali, cinematografiche e televisive da oltre mezzo secolo, ha portato sulle tavole dei palchi di tutta Italia e non solo, centinaia di opere. L’altra sera a Cento è arrivato con Il mercante di Venezia, classico shakespeariano che non conosce età. Lo spettacolo ha inaugurato la stagione teatrale 2014/2015 all’auditorium Pandurera. La sala era gremita, colorata, davvero bella. E gli attori e le attrici in scena hanno percepito senza dubbio il calore del pubblico, perché dall’inizio alla fine si sono spesi senza risparmio, senza cedimenti o calo di tensione.
La lettura moderna che traspare dalla regia di Giancarlo Marinelli non fa altro che rendere ancora più piacevole il tutto. Nell’intervista rilasciata pochi giorni fa al nostro giornale, Albertazzi/Shylock aveva affermato che «Il mercante di Venezia non è una storia di antisemitismo, più che altro si parla di amore, solitudine, emarginazione e avidità. Temi attualissimi ancora oggi». Come dargli torto? In scena c’è tutto. L’amore, la paura, il dubbio, l’inganno, la frustrazione, il desiderio, l’amicizia. I grandi temi universali sono racchiusi in un’opera che in circa due ore mette a nudo varie facce dell’universo umano. “Ma un ebreo non ha occhi? Un ebreo non ha mani, organi, misure, sensi, affetti, passioni, non mangia lo stesso cibo, non viene ferito con le stesse armi, non è soggetto agli stessi disastri, non guarisce allo stesso modo, non sente caldo o freddo nelle stesse estati e inverni allo stesso modo di un cristiano?”; quesiti che risalgono a fine ’500 ma validissimi tuttora. Basta poco per capirlo, basta guardarsi intorno.
Samuele Govoni
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