L’inferno su Tresigallo 70 anni fa
Un bollettino nero per il paese: nove morti. Fu il primo “contatto con le bombe amiche”
di GIUSEPPE MURONI
“Opera dei liberatori”: è la scritta di propaganda fascista comparsa su una casa romana distrutta all'indomani di uno dei tanti bombardamenti alleati del 1944. Bombardamenti per errore, azioni talvolta sconsiderate, irresponsabili e criminali, aerei maledetti ma anche attesi, da alcuni italiani, in determinati momenti.
Sull'immagine di vittime inermi insisté la rappresentazione propagandistica della Repubblica Sociale Italiana, ma le rovine e le macerie con cui dovettero convivere gli italiani, tra il '43 e il '45, erano i simboli dello sfascio definitivo del regime già morto e risorto e del crollo del consenso. Fu lo scontro della retorica delle parti: da un lato la realistica drammaticità della guerra totale, dall'altro l'atteggiamento vittimistico degli italiani tendente a ridimensionare e ad edulcorare le reali responsabilità dell'Italia fascista, degli italiani in armi sui vari fronti del conflitto, dell'ossequioso silenzio di fronte ai bombardamenti italiani in Etiopia nel 1935-36 e non solo.
Gli abitanti della penisola furono catapultati velocemente in uno scenario nuovo, scandito dalla minaccia aerea e dalle rovine fisiche e morali di città squarciate e accartocciate su se stesse: ne nacque un sentimento comune, inclusivo e omologante: le "comunità di vittime" dei bombardamenti. Ferrara, a partire dal 29 dicembre 1943, conobbe quest'avverso contesto, con le prime 312 vittime e con centinaia di abitazioni distrutte o lesionate. A fine conflitto le vittime civili saranno 1071.
Nello scenario provinciale merita particolare attenzione Tresigallo, sempre colpevolmente posta a margine dagli storici del fascismo, ma indubbiamente da menzionare così come spesso viene fatto, talvolta impropriamente, quindi a maggior ragione, con Predappio, terra natale di Benito Mussolini.
La storia della odierna "città d'arte" rimane e rimarrà inscindibilmente correlata alla "renovatio urbis" orchestrata dal suo fautore, quell'Edmondo Rossoni che, ricoprendo il ruolo di Ministro dell'Agricoltura e Foreste dal '35 al '39, riuscì a convogliare fondi e conoscenze in quella sperduta frazione di periferia, collegandola silenziosamente al cuore dell'organismo del regime, tessendone la tela in modo anomalo e con estrema indipendenza.
Il vento di modernizzazione, che qui spirò con tutte le sue contraddizioni intestine e che fu riassunto dal Corriere della Sera del 1937 in "Il primo paese nato dall'autarchia", si percepiva dal suono delle sirene delle fabbriche, dai fumi dei camini e dalla luce che arrivò prepotentemente ad illuminare quel collage di attività agro-industriali disseminate qua e là in quel cosmo di umanità che si trovò improvvisamente e involontariamente scosso dalla rivoluzione industriale. Questa fu l'originalità e l'importanza della Tresigallo autarchica e corporativa: un polo industriale di estremo interesse costituito da oltre dieci fabbriche, catalizzatore di manodopera proveniente da tutta la provincia in un periodo in cui l'incipiente disoccupazione degli anni '30 aveva fatto emigrare molti ferraresi verso la Sardegna, l'Agro Pontino e poi la Libia.
Gli stabilimenti furono, perciò, il bersaglio prediletto dalle carlinghe dei "gangster dell'aria", questa era la dicitura che spesso compariva sul Corriere Padano riferendosi all'aviazione alleata. Nell'autunno del 1944 i tedeschi, installatisi numerosi in paese e con reparti logistici degni di nota, erano stati in grado di rimettere in funzione quell'apparato agro-industriale che si semi-bloccò nel giugno del 1940, anno di entrata in guerra dell'Italia.
L'attività produttiva riprese, seppur a fatica, in tutti gli stabilimenti: il filato di canapa, lo zucchero e l'alcool, la marmellata, l'ammasso del grano e della canapa, le macchine agricole. Prodotti che, in tempo di ristrettezze economiche e con l'avvento della borsa nera, divennero rari quanto utili alle truppe del führer.
Il rintocco funebre suonò, per la popolazione tresigallese, il 16 novembre 1944, quando venne a contatto, per la prima volta, con le "bombe amiche". Alle ore 9 le mitragliatrici della contraerea tedesca iniziarono una serie prolungata di colpi, le sirene suonarono disperate l'allarme e gli aerei sibilanti degli alleati, poco dopo, si buttarono in picchiata sul piccolo borgo industriale. Il cielo di novembre era limpido, le bombe sganciate si poterono notare nella loro diafana minaccia, una dopo l'altra, precipitando di sbieco sugli obiettivi.
Schianti assordanti, scoppi secchi e sconosciuti invasero le vie del paese in un rimbombo sordo e inaspettato, la polvere color sangue si alzò dagli edifici martoriati. Non si trattò di un bombardamento a tappeto ed indiscriminato, bensì mirato: le fabbriche erano gli obiettivi, come l'Ansaldo a Genova o i capannoni industriali della Breda, della Pirelli o dell'Isotta Fraschini. Nell'incursione del mattino morirono sei persone, ma la giornata di morte era ancora lunga: verso mezzogiorno avvenne una seconda incursione che causò la morte di due donne poi, al tramonto, un terzo bombardamento si abbatté nuovamente sulla zona industriale causando un'ulteriore vittima.
Il bollettino nero di fine giornata riportava la morte di 9 persone: Pietro Bega, Gaetano Boni, Giuseppe Arturo Massari, Primo Occhi e Luigi Pellizzari, tutti di Tresigallo; Giovanni Bertarelli di Final di Rero; Adriano Ferrari di Brazzolo, Renata Zanardi in Sani e la sua domestica Domenica Ronchi entrambe di Ferrara sfollate a Tresigallo. A questi va però aggiunto Roberto Artosi, che morirà a causa dell'amputazione di una gamba in seguito al grave ferimento provocato da una scheggia, e Ferruccio Pavanati, quel giorno a caccia nelle zone della Bonifica, verso Jolanda: se lo portò via un infarto appena venne a sapere dei morti della mattina.
Il terrore dei bombardamenti fu un sentimento nuovo che fece breccia nell'enciclopedia emozionale dei tresigallesi; fino alla fine della guerra dovettero convivere con questa timorosa presenza, sempre pronta a presentarsi di soppiatto col rischio di stravolgere o portar via le vite di civili innocenti.
La micro-storia si fuse nella macro, la dimensione provinciale venne elevata a descrizione universale del conflitto, in un azzeramento di distanze e barriere fisico-spaziali, dove la situazione particolare era la realtà di tutti.
Un secondo bombardamento avvenne l'8 febbraio del 1945, nei pressi di Final di Rero, il ponte sul Po di Volano era il bersaglio prescelto; morì Giuseppe Lanzoni. Nella notte del 26 febbraio '45, a Tresigallo, morirono i coniugi Cesare Marani e Melania Bergamini, oltre a Lucia Zappaterra in Vandini. A Rero, nel borgo Mistri, la notte del 12 marzo persero la vita il bimbo di 7 anni Romano Barillani, sua mamma Bruna Tumaini (in attesa di un altro figlio), sua nonna Ernesta Mariotti in Tumaini, lo zio Mario Tumaini, oltre ad Antonio Benini e Pericle Marchi. Nuovamente a Tresigallo, il 16 aprile '45, nel corso di un bombardamento sullo zuccherificio morì Armando Davi.
La serie delle vittime si chiuse con la morte di un bimbo di 6 anni, Franco Canella, avvenuta tre giorni prima della fine della guerra.
Il pericolo, in quei giorni, proveniva soprattutto dal cielo, ove si poteva udire distintamente il lontano fragore della guerra.
Le vittime dei bombardamenti alleati sono state, per molto tempo, tra i "dimenticati della storia", la politica della memoria ha taciuto, forse anche colpevolmente, su quei morti, non menzionandoli mai abbastanza perché percepiti storicamente e storiograficamente in modo differente.
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