Ospiti illustri: dal filosofo Cacciari allo storico Bacchelli
Cinquecento anni dopo, la celebre incisione di Albrecht Dürer, dedicata alla Melencolia, conserva intatta la sua potenza espressiva e la sua ricchezza simbolica. Questa enigmatica icona della...
Cinquecento anni dopo, la celebre incisione di Albrecht Dürer, dedicata alla Melencolia, conserva intatta la sua potenza espressiva e la sua ricchezza simbolica. Questa enigmatica icona della modernità mostra il genio dell'artista rappresentato nel momento della sua meditazione creativa: uno spirito melanconico e saturnino, ma temperato dalla positiva influenza di Giove. L'immagine sembra segnare il passaggio verso i giorni nostri, così pieni di dubbi e di profonde inquietudini. Marco Bertozzi, docente di Filosofia teoretica all'Università di Ferrara, ha deciso di diffonderne l'aura anche qui, dal 1514 - data dell'opera d'arte - al 2014, durante la XVII di Alti Studi Rinascimentali. Il convegno da lui curato aprirà il 4 dicembre a Schifanoia, per poi spostarsi il 5 e il 6 a Palazzo Bonaccossi.
Professore, perché ha scelto Ferrara come uditorio?
«Per dare un contributo di carattere internazionale alla storia della cultura locale. Celebrando un capolavoro d'incisione qual è la Melencolia, si scava verso le nostre radici culturali; nella misura in cui Ariosto fu di Ferrara, ma oggi non lo è più, essendo passato alla memoria collettiva. Poi perché i Musei di Arte antica ne posseggono un esemplare, ora in restauro, che era esposto a Palazzo Bonacossi».
Dunque c'è un nesso anche con le sedi del convegno?
«Certo, non è a caso neppure Palazzo Schifanoia. Tanto è vero che Aby Warburg, lo storico dell'arte dalla cui scuola di pensiero nei decenni è scaturito il volume Saturno e la malinconia, un saggio fondante sull'evoluzione culturale del Novecento, si applicò a lungo e a fondo sui significati del capolavoro di Dürer. E, incredibile ma vero, Warburg rese memorabili gli affreschi di Schifanoia grazie a un intervento all'Accademia dei Lincei, a Roma, nel 1912. Intrecciando il suo destino a quello del Salone dei Mesi, entrambi ne hanno goduto di luce reciproca».
Guardando al Rinascimento, Dürer sarebbe stato "fuori luogo" alla Corte Estense?
«Assolutamente no, anzi, pare ci sia passato proprio in quegli anni. Nel corso del suo secondo viaggio in Italia, infatti, pare che per raggiungere Bologna da Venezia prima, e Padova dopo, si sia fermato a Ferrara, dove avrebbe colto il senso della bellezza che emanava la corte stessa, un'aria di larghe vedute».
L'incisione porta un messaggio universale?
«Un rimedio a "genio e sregolatezza", volendo riprendere il luogo comune che si è diffuso con il Romanticismo. Alla maniera di Einstein che fa la linguaccia: un genio che si appartava sino al raggiungimento del risultato prefissato, artista o scienziato che fosse. E questa è l'influenza di Saturno, del temperamento “saturnino”, volto all'isolamento. Nell'opera, tuttavia, è presente pure il quadrato magico di Giove, simbolo di “giovialità”, che conduce alla socialità».
Insegnamento attuale…
«Sì, specialmente in un momento storico che è stato privato di una verità assoluta, a favore del relativismo pulviscolare. La responsabilità del genio sta nel comunicare i risultati utili alla sua comunità, senza rimanere chiuso in sé. E Giove compensa: Warburg credeva che questa incisione fosse un foglio di conforto umanistico contro il timore globale di Saturno».
Matteo Bianchi
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