Quel Dürer “ferrarese” compie cinquecento anni
I Musei Civici di Arte Antica possiedono una copia della famosa incisione Una palestra interpretativa per gli studiosi: dalla scienza all’alchimia
di MICAELA TORBOLI
I Musei Civici di Arte Antica di Ferrara possiedono una piccola ma raffinata collezione di stampe. In essa è conservato un esemplare (inv.S/757) di quella che si può definire la più famosa incisione di tutti i tempi: . Melencolia I, un bulino firmato dal tedesco Albrecht Dürer esattamente cinque secoli fa, nel 1514. Melencolia I è un enigma sotto forma d'arte, una palestra interpretativa per gli studiosi di varie discipline, dall'iconologia alla filosofia, dalla medicina alle matematiche, toccando anche materie scivolose come l'alchimia, l'esoterismo e la cabbala.
Ogni elemento della composizione ha significati simbolici multipli, ed ognuno di essi si relaziona con quello vicino in una tensione di estrema complessità, in rapporto, poi, con altre due incisioni che si pensa compongano con Melencolia I un ciclo coerente eseguito tra 1513 e 1515, il San Girolamo nello studio e la celeberrima Il Cavaliere, la Morte e il Diavolo.
Si ha netta la percezione che Dürer possedesse, oltre ad una tecnica strepitosa, un livello culturale così elevato da poter ideare opere di altissima caratura intellettuale attingendo quasi solo alle proprie conoscenze, con qualche minimo, amichevole, fruttuoso contributo di esperti. Melencolia I lo dimostra.
Il tema su cui s'incentra il bulino è chiaro: lo dichiara la scritta Melencolia I sul cartiglio sorretto da un pipistrello in volo e fa tutt'uno con le sue ali, che svela il punto focale di un trattato per immagini su quello stato d'animo negativo e di condizione pessimistica che può giungere a una tristezza simile alla depressione, che però, fin dallo Pseudo-Aristotele dei Problemi (XXX,I), è tipico della persona di genio. Diciamo, talvolta, «Sono di umore nero!», e questa è melanconia alle origini delle scienze, la conseguenza amara di anomale secrezioni di bile nera originate, si pensava, dalla milza, stante la creduta naturale appartenenza delle persone ad uno dei quattro temperamenti dell'umanità postulati fin da tempi remoti (a seconda della prevalenza degli umori: collerico, sanguigno, flemmatico e, appunto,bilioso) altresì derivata pure dagli influssi planetari, soprattutto quello del crudele Saturno, ovvero astrologici. La personificazione della melanconia è per Dürer la figura alata in primo piano, con il viso ombroso e il pugno che sorregge il capo nel consueto atteggiamento mesto del melanconico.
Che sia di genere femminile non è certo, vi è chi sostiene che si tratti di un autoritratto di Dürer, che portava i capelli fluenti come quelli del nostro soggetto. Ed era melanconico, da bravo genio. La veste lunga del personaggio, al tempo dell'artista, era indossata da entrambi i sessi.
Del resto, è vero che nella lingua tedesca Melancholie è femminile, ma l'equivalente Trübsinn è maschile. Tale si svela la ricchezza eccentrica di quest'opera che non ne mancherà mai qualche nuova lettura, anche se le magistrali interpretazioni d'essa date da Panofsky e Calvesi restano le più citate.
Un aspetto trova tutti concordi: nel Cinquecento era accettabile pensare che il celeste Saturno signoreggiasse su alcuni individui predisposti infondendo melanconia ed ogni sorta di disgraziata inclinazione, ma anche, nei casi fortunati, una propensione all'eccellenza nelle arti o nelle idee. Curiosamente, Saturno era senz'altro il pianeta dominante di Ferrara e dei ferraresi, a parere dei loro antichi nemici. Spiega perché un poeta e giullare nato a Padova da gente aretina, Francesco di Vannozzo, che intorno al 1376 scrisse un acre sonetto su Ferrara, Non è virtù dove la fede è rara, schifando il suo clima pesante ed umido che lo fece ammalare, quando la visitò al seguito dei Carreresi.
Soprattutto lo esasperarono gli abitanti della città, giudicati pieni di difetti per la compresenza in loro del peggio di almeno tre dei quattro temperamenti (ma con prevalenza di quello denso di bile nera), tanto che li vide «Melenconici tutti e saturnini,/ retrógrati, spietati e mal nassuti,/ tal sono i grandi quali y piccolini,/de tristo sangue e del mal flemma imbuti,/ millantator pomposi e gran busardi,/ nei fatti vili, e nel parlar gayardi.».
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