Il senso del celeste: conoscenza e risorsa
Viaggio nella storia del “cielo” partendo dal programma astronomico del Ciclo dei Mesi a Schifanoia
Se la foto più bella dell’anno è quella dei “migrantes” sulla spiaggia di Gibuti che protendono i cellulari verso la luna per trasmettere ai cari l’ultimo messaggio, il gran tema del “senso del celeste” non può prescindere dal programma astronomico e iconografico del Ciclo dei Mesi a Palazzo Schifanoia, dove la fascia intermedia dei “Decani” assiste alle vicende di ambasceria, caccia o agricoltura della Corte estense. In basso, governata, dall’alto, da scene mitologiche e antiche, le cui rispondenze furono suggerite dal mago e astronomo Pellegrino Prisciani. Pico della Mirandola, sostando due volte a Ferrara, fu colpito dalle immagini di Schifanoia. E quando si recò a Firenze, forse con il figlio dell’altro ‘mago’ Pietro Avogadro, divenuto medico personale di Lorenzo dei Medici, indicò a Sandro Botticelli la possibilità di ‘ripensamento’ del modulo delle Tre Grazie, passate così dallo schema classico e statico a quello di ‘circolare melodia’ della “Primavera”.
Alla fine dei giorni, per rientrar nelle grazie del Papato, strenuamente oppose alla dottrina degli influssi astrali la tesi della “purezza cristiana”, nei due ponderosi tomi delle Confutationes adversus astrologiam, che furon ripubblicate dal Garin. Nella modernità, è bello sostare sulle profonde pagine di Guerra e pace, di Leone Tolstoj (Libro quarto, parte seconda, capitoli XII-XIV), quando Pierre Bezuchov, fatto prigioniero dalle truppe di Napoleone, vive l’incantamento del cielo.
Dobbiamo a Italo Calvino, nell’intervista-recensione a “Fato antico e moderno” di Giorgio De Santillana, la prima importante riesumazione del passo tolstojano: ma senza l’accento della speciale novità, anche rispetto alla celebre lettera di Dante all’amico fiorentino (“sotto qualsiasi cielo, non potrò forse contemplare la luna e le stelle del firmamento?”). Manca, cioé, nell’antico, il senso di una appropriazione personale profonda: testimonianza di “religione della Libertà” avverso il demone dell’uomo che “si crede Dio” (giacobinismo e totalitarismo moderno, di cui Napoleone è, infatti, il prosecutore imperiale). “L’avvertimento del cielo”, di cui parla Vico nella parte della “scienza Nuova” dedicata alla condizione ferina dei bestioni, non è un sempice “racconto delle stelle”, come scrive Piero Boitani, è nella modernità, dopo lo spartiacque del giacobinismo, ben di più e altro: è la resilience, la capacità di resistenza; “l’Infinito” di Leopardi; il rinchiudersi dell’anima in se stessa fuggendo “l’urlo della via” ( Baudelaire); è l’influsso di Dante su Bassani e Momigliano; è il “senso oceanico”, l’episteme astronomica di Koestler e Calvino. In definitiva, come c’è una libertà degli antichi ( la polis) e una libertà dei moderni (la tutela dell'individuo: Constant), c’è una “conoscenza- influenza” del cielo o degli astri per gli antichi, ma una “risorsa” ed esigenza di “comunicazione”, nel cielo e per il cielo, nei moderni.
Giuseppe Brescia
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