Quell'inquietante, esoterica Melencolia
Cacciari con Bertozzi e Pinotti ha parlato dell'ispirazione che viene dal quadro di Durer
FERRARA
E' una delle opere che mi inquietano di più al mondo e sulla quale non ho mai scritto alcunché», ha esordito ieri Massimo Cacciari riguardo alla Melencolia di Dürer, accolto dai Mesi di Palazzo Schifanoia, «come su questo salone; perché le cose che inquietano di più vanno lasciate stare». Con un inchino alla bellezza dell'epoca estense è cominciata l'esposizione del filosofo veneziano, aperto poco prima dal vicesindaco Maisto: «Sono onorato di inaugurare la Settimana di Alti Studi, culmine della riorganizzazione dell'Istituto di Studi Rinascimentali». Tanto che, sebbene le svariate polemiche, la decisione dell'assessorato alla Cultura è stata di incardinarlo all'interno di Ferrara Arte Antica per rafforzare reciprocamente il rapporto tra l'Istituto e il patrimonio museale.
A tenere le fila delle due relazioni è stato Andrea Pinotti: «La figura alata che compie mezzo millennio è complessa e sofisticata, nonché impregnata di una simbologia esoterica che pervade anche gli affreschi che ci circondano. La melanconia raffigura la disposizione d'animo dovuta a Saturno, che si contrappone all’estasi, alla mania di Giove. Al suo estremo - ha concluso il filosofo mantovano - la malinconia può essere dannosa a tal punto da contrarsi e negare persino se stessa, con il suicidio». D'altronde, pare che pure Aby Warburg, lo storico d'arte a cui in parte l'incisione, in parte il salone, debbono chiara fama, soffrisse di sindrome maniaco-depressiva, cioè quel manifestarsi fisico di alti e bassi tipico dei saturnini.
Tuttavia «Warburg sosteneva che l'opera fosse un foglio di conforto umanistico contro il timore di Saturno - ha spiegato Marco Bertozzi - ritratto sui tarocchi del Mantegna, di area ferrarese, talmente feroce da cibarsi dei suoi figli. Nell'evoluzione della storia dei temperamenti il quadrato magico di Giove all’interno dell'opera, serviva per mitigarne gli effetti nefasti, compensando alla tristizia e all'isolamento con l'effervescenza e la giovialità. L'influsso dei due pianeti si congiunge sotto il segno della Bilancia, l'equilibrio, generando così una malinconia generosa com'era quella di Augusto».
Dunque Saturno era il dio degli estremi, tanto antico re dell'oro quanto cannibale dei propri piccoli. E agli estremi si colloca il genio che, a opera compiuta, deve ritornare in società per diffondere i risultati del suo operato. Questa la funzione salvifica del bonario Giove, nonché la tesi del professor Bertozzi. Alla quale Cacciari ha aggiunto, scuotendo la testa, che «il senso del tempo nell'incisione, e simboleggiato dalla cometa, è fondamentale. E la lettura è sempre duplice: le comete annunciano o sanciscono una fine. Al contempo, qualcosa che nasce e qualcosa che muore. Perciò il genio alato, in mezzo a un mucchio di strumenti d'arte in buono stato, ma inermi, avrebbe le qualità per utilizzarli in potenza, ma in atto non può più. Perché non è più il suo momento, ma quello del fanciullo a fianco. Il momento di credere in una renovatio, in una nuova speranza».
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