La Nuova Ferrara

Mandò l’amata Livia all’Inferno nel suo Giudizio Universale

Bastianino aveva detto: prima finisco il grande affresco in duomo e poi mi sposo Ma l’artista fu piantato dalla fidanzata stanca di aspettarlo e lui si vendicò con l’arte

3 MINUTI DI LETTURA





Bastianino era un uomo ed un artista maturo quando, verso il 1577, mise mano alla sua impresa maggiore, il decoro ad affresco del catino dell'abside della Cattedrale di Ferrara, dove eseguì un formidabile Giudizio universale. Un progetto complesso, che doveva fare i conti con la presenza, sulla facciata della chiesa, di un altro Giudizio scolpito nel Medioevo, del contesto architettonico dell'opera stabilito dal genio di Biagio Rossetti, e da spinose questioni dottrinali scaturite dal clima controriformistico che non permettevano licenze sul tema prescelto. Il confronto con il Giudizio della Sistina (finito da Michelangelo nel 1541) non era forse in primissimo piano, dato che certo ben pochi a Ferrara potevano averlo visto di persona. Insieme alle vicende pittoriche, grande risalto ebbe nei profili sette-ottocenteschi dedicati a Bastianino, così poveri di notizie biografiche, un amore che avrebbe travolto l'artista nel periodo in cui fu attivo in Cattedrale. Vi si sono dilungati studiosi di fama, come Girolamo Baruffaldi, Cesare Cittadella e, in forma narrativa, Giuseppe Campori. Seguiamo Baruffaldi, il più vicino cronologicamente ai fatti. Bastianino adocchiò una bella e giovane vedova, Livia Grazioli, rimasta priva da poco del marito benestante, Stefano Correggiari. Tanto i Grazioli quanto i Correggiari sono in effetti documentati a Ferrara. Si ricordano la beata Angela Serafina Correggiari, deceduta nel 1512, ed il dottor Domenico, professore dello Studio, morto alla fine del Cinquecento: pare che via Correggiari prenda nome dalla famiglia, cui forse appartenne il palazzo al n.7. Livia sembrava ben disposta verso Bastianino, malgrado il giudizio contrario di molti a lei vicini. Però le nozze non potevano avvenire prima che fosse terminato l'affresco monumentale che assorbiva tutte le forze ed il tempo del pittore, quindi per alcuni anni a venire. Concluderà infatti l'opera nel 1581 (Bastianino era uso lavorare con lentezza), ma nel frattempo aveva perso la fidanzata impaziente che lo abbandonò, stanca di aspettarlo, sposandosi proprio con uno di coloro che le avevano consigliato di lasciare il pittore. Per vendicarsi, Bastianino raffigurò la fulgida Livia dalla pelle candida proprio nel Giudizio, in mezzo alla torma dei dannati. Il suo incarnato chiarissimo è visibilmente diverso da quelli di chi la circonda. Viene afferrata dai diavoli ed è piena di terrore, mentre colei che l'artista aveva preso in moglie dopo la rottura con Livia si trova ritratta nelle schiere dei Beati. Accanto alla figura di Livia, gli storici registrano nell'affresco le ormai sbiadite lettere «NUL. MAL. IMP.» ovvero «Nullum malum impunitum». Si tratta di una scelta interessante. La frase, parziale, è attribuita a Sant'Agostino (Sermones ad fratres in eremo commorantes, sermone XLI, PL 40,1314) e veniva usata spesso, appunto in modo abbreviato, dai predicatori, con il senso completo di «Nessun male senza punizione, nessun bene senza premio». Si trova citata nei testi di San Bernardino da Siena (che predicò anche a Ferrara) e di Girolamo Savonarola, ad esempio nel Triumphus Crucis (lib.III) e nelle sue prediche pubblicate, come la XXV. La leggiamo anche nelle Annotationes al Vangelo di Matteo di Martin Lutero, proprio nella sua matrice agostiniana. Se crediamo all'ipotesi di un tocco personale, si può ipotizzare che Bastianino avesse assistito a prediche in cui era citato il passo, o a discussioni teologiche private, magari non perfettamente ortodosse, in cui lo si discuteva.

Fu quindi la sua una ritorsione colta e rivelatrice, che veste la scena pittorica di aspetti da approfondire. (m.t.)