Natale al Korova, firmato Morozzi
In esclusiva per la Nuova prima parte di un racconto ad opera del noto scrittore
Non c’è nulla di più triste di un uomo che beve da solo alla vigilia di Natale con il mento appoggiato sopra un pacco regalo. Specialmente se quell’uomo sono io. E il pacco regalo ha la lunghezza di cinquantasei centimetri.
Sì, amici: mentre tutta Ferrara luccicava di illuminazioni natalizie e la gente si affrettava tra un negozio e l'altro nel tardivo acquisto degli ultimi doni, io me ne stavo triste e solo al Korova Milk Bar di via Croce Bianca, seduto al tavolino vicino alla toilette, bevendo sui miei sogni d’amore infranti.
Oh, quel che avevo fatto per Carlotta! Carlotta: questa visione celestiale le cui grazie sbirciavo come un Pierino ultraquarantenne quando saliva le scale diretta al piano di sopra del Korova. Carlotta, alla quale avevo rivolto la parola solo una volta per dire “Bello il busto di Shakespeare dietro il bancone, vero?”, sentendomi rispondere “Quello non è mica Shakespeare, è Beethoven”.
Su di lei avevo lungamente raccolto informazioni tra i baristi e gli avventori abituali del Korova.
“Carlotta? - aveva detto Albo - Carina ma monomaniaca, parla solo di Harry Potter”.
“Carlotta? - aveva ribadito Slade - Simpatica, ma crede di essere un personaggio secondario di Harry Potter”.
“Carlotta è mentalmente posseduta da Harry Potter”, aveva assicurato Rocco.
“Carlotta ha un po' stancato con questa ossessione per Harry Potter”, aveva sbuffato Oscar, non usando peraltro proprio queste precise parole.
E allora, mi ero detto, come conquistarla? Semplice: avevo notato in libreria una nuova edizione della saga di Harry Potter, che dal 1997 in poi aveva dominato il mondo e le classifiche di vendita: sette volumi con nuove copertine, i cui dorsi accostati formavano il disegno di una bacchetta magica. E così, quel pomeriggio di vigilia, mi ero recato in una libreria, avevo comprato tutti i sette libri, li avevo fatti impacchettare, e con quel parallelepipedo lungo cinquantasei centimetri pesante e ingombrante sulla spalla mi ero recato speranzoso al Korova. Oh, quanto sarebbe stata felice, Carlotta, per il mio gentile pensiero!
Appena spalancata la porta del locale, però, mi ero trovato di fronte a una crudele realtà. Carlotta era già al Korova, sì, ma non da sola. Era in compagnia di un colosso tatuato con il quale, diciamo così, scambiava pubbliche effusioni. Un motociclista bolognese noto come l'Orrido, molto più vicino spiritualmente a Bud Spencer che a Harry Potter.
Il mio povero cuore si era frantumato in un miliardo di minuscoli frammenti, precipitati sul pavimento del Korova e rotolati qua e là, minuscoli e ignorati da tutti.
Così, dopo aver lenito il dolore in un virile whisky, ero uscito con l'enorme pacco regalo sulla spalla. Il cassonetto dietro l'angolo: quella era la sua giusta e sacrosanta destinazione.
Le antiche viuzze ferraresi fatte di ciottoli e antiche arcate erano deserte e silenziose. Stavo per aprire il cassonetto, quando una figura mi era sbucata alle spalle: una ragazza carina, dai grandi occhioni spalancati, con l'aria preoccupata. “Scusa - aveva detto - lo so che è una richiesta bizzarra, ma non hai mica visto una cabina telefonica dallo strano colore, per caso?”
“Eh?”, avevo volgarmente belato, non capendo la domanda.
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