La Nuova Ferrara

La danza in punta di piedi lascia il posto alla recitazione

La danza in punta di piedi lascia il posto alla recitazione

Spettacolo estremo quello proposto per “Fuoristrada” da Alessandra Fabbri che cerca e trova anche il contatto con il pubblico e l’improvvisazione

2 MINUTI DI LETTURA





Alessandra Fabbri danza in Italia e in Europa durante l’anno e quando non è in tournée con i suoi spettacoli e impegni artistici, vive a una decina di chilometri da Ferrara, in una casa di campagna. Anzi, convive con i suoi animali, anatre, galline, pappagallini. Da qui, dalla realtà del suo quotidiano, è partita per creare, insieme al regista Davide Iodice, la performance “Mangiare e bere. Letame e morte” con cui ha aperto la rassegna Fuoristrada del Teatro Comunale Abbado, dedicata alle proposte di compagnie emergenti. Quello della Fabbri è uno spettacolo estremo, dove la danza entra a tratti, lasciando il posto alla recitazione, alla dizione espressa come musica della voce, alle onomatopee mimate che richiamano il verso degli animali da cortile, o il fischio imitativo dei pappagalli. I testi sono semplici, chiacchiere tanto banali quanto innocenti, ma poi entra il corpo, la sua massa, quell’involucro che circonda lo spirito e lo obbliga a obbedire. Mangiare, bere, fare l'amore, sognare di farlo, mostrarsi etero e improvvisarsi transessuale. Sporcarsi di fango, bagnarsi in un secchio, rotolare per terra, camminare some sonnambula silenziosa fra il pubblico alla ricerca del “contatto”. Discorsi spezzati, frasi monche, dove il sottinteso non è equivoco ma consequenziale del pensiero negativo predicato da Herbert Marcuse. La vita dell’artista, la vita di tutti è questo, sembra dire la Fabbri: amenità, sporcarsi, esibizione di sé; e alla fine letame e morte. Ecco perché è uno spettacolo estremo. Non c’entrano le nudità della danzatrice, non c’entra la pueritas linguistica del testo recitato, non c’entra neanche la danza: sono tutti strumenti e non fini ultimi. È l’affermazione del messaggio filosofico, e non il fatto estetico, che rende estremo lo spettacolo. Poi quando lei danza andando sulle punte, evocando Baryshnikov, mostra la sua tensione verso la perfezione classica; e quando cita la Martha Graham, quella dell’ultima fase di vita, ormai alcolizzata, e spruzza con la bocca verso l’alto il vino rosso tracannato da una bottiglia, assume pose della scuola Graham che non lasciano dubbi sulla profonda assimilazione del metodo. Ma sono mezzi, non il fine ultimo. Come mezzo è anche il “contatto” cercato fra il pubblico: va, finge di scegliere uno spettatore, si ritrae, passa a un altro, infine sceglie: è toccato a un giovane, Giacomo Marighelli, andare in scena con la Fabbri per un pezzo di spettacolo non concordato, totalmente improvvisato. La danzatrice cosparge il viso di Marighelli e si fa cospargere il viso di colla: poi appiccica piume sulle guance del partner e si fa appiccicare le piume. E danzano insieme. Lei è stupenda, l’uomo se la cava. Ecco l’unica salvezza, sembra dire la Fabbri: sta nella trasformazione di sé verso altre nature, animali, pennuti preferibilmente.

Athos Tromboni