La Nuova Ferrara

«L’amore e i diritti non devono fare distinzioni di sesso»

«L’amore e i diritti non devono fare distinzioni di sesso»

Intervista a 360º all’onorevole Michela Marzano che ricorda Ferrara: per la bellezza della città e il calore delle persone

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Michela Marzano, nata a Roma nel 1970, ha conseguito un dottorato di ricerca in filosofia alla Scuola superiore Normale di Pisa. È stata eletta tra le fila del Pd alle elezioni politiche del 2013. È autrice di numerosi saggi e romanzi, tra cui il recente L’amore è tutto: è tutto ciò che so dell’amore (2013), che ha vinto il 62esimo Premio Bancarella di Pontremoli. È professore ordinario all’Université Paris Descartes, direttrice del Dipartimento di scienze sociali, dirige una collana di saggi filosofici per le edizioni Puf e collabora con il quotidiano La Repubblica.

L’onorevole Marzano ha accettato un’ intervista sul suo ultimo libro, che non è un romanzo e neppure un saggio, piuttosto una riflessione sull’importanza dell’amore, in cui si intrecciano aspetti filosofici e autobiografici. Consapevole che sul tema sono stati scritti numerosi libri, l’autrice propone una chiave di lettura personale dell’amore. Originale e lucido, il libro della Marzano tratta dell’amore quotidiano e concreto, non quello ideale o idealizzato.

Onorevole, partiamo dal titolo: perché un verso della nota poetessa Emily Dickinson?

«Ho scelto questo verso perché, oltre ad essere molto bello - spiega -, permette subito al lettore di capire di quale amore parlerò nel libro. Di libri sull’amore, d’altronde, ce sono già tanti. In nessuno, però, mi sembrava di aver trovato le risposte che cercavo. Ecco perché, come già nel caso di Volevo essere una farfalla, anche in questo libro cerco di partire dalla mia esperienza personale, per poi affrontare le questioni che ogni persona si pone quando si interroga sull’amore: quando comincia l’amore? Quando finisce? Che cosa possiamo chiedere e che cosa, invece, non potremo mai ottenere? Perché quando si ama si ha sempre paura?».

Nel suo libro, inaspettatamente parla molto di infanzia e del “vuoto” che ci portiamo dentro fino all’età adulta.

«Il nostro primo grande amore lo abbiamo tutti perso molto presto. Vuoi perché la mamma era troppo indaffarata a occuparsi di se stessa o del lavoro. Vuoi perché il papà era già troppo innamorato della mamma…Vuoi perché spesso, invece delle carezze, c’erano urla. E così via, all’infinito».

Secondo lei, esiste un legame tra il passato autobiografico e il nostro modo di vivere una relazione amorosa?

«Quando ci si innamora, che lo si voglia o no, si ha tendenza a cercare “l’oggetto perso”, come spiega bene Freud. Ossia non tanto una persona capace di amarci come siamo - e che anche noi impariamo pian piano ad amare per quello che è -, ma un’immagine ideale di quello che abbiamo perduto nell’infanzia. Quel sentimento di fusione e di benessere infinito perché avevamo la certezza di “essere una cosa sola” con l’altro, con la mamma che ci accudiva o con il papà che ci cantava la ninna nanna. E allora basta percepire qualcosa che conosciamo già per innamorarci e partire per la tangente; nonostante l’altro non corrisponda affatto alle nostre aspettative. E non appena si rende conto della prigione in cui cerchiamo di metterlo, fugge via per non sentirsi soffocare. Peccato che la ripetizione, con l’amore, c’entri niente. E che l’amore accada quando si smette di riprodurre schemi antichi, per aprirsi alla differenza e alla specificità di chi ci è accanto. È solo allora che si capisce che è proprio “lui” o “lei” che ci permettono di lasciare perdere la ricerca estenuante de “l’oggetto perso”, per condividere la realtà dell’amore “trovato”».

Parliamo di diritti: lei in Parlamento si batte anche per il diritti dei gay a sposarsi. A Ferrara, lo scorso giugno, le Sentinelle hanno organizzato una veglia silenziosa per protestare contro il ddl Scalfarotto, temendo diventasse reato esprimersi in maniera contraria al matrimonio tra persone dello stesso sesso, quindi che venisse messo a repentaglio il diritto di opinione. Il Comune espose alcuni giorni prima, in occasione del primo gay-pride ferrarese, uno striscione alle finestre del Municipio ove si diceva che “la città di Ferrara condanna l’omofobia e la transfobia”. Come valuta l’azione delle Sentinelle? E quella del Comune?

«L’Italia è arretrata. Nonostante gli sforzi fatti in questi ultimi decenni dalle associazioni Lgbt e dai difensori delle pari opportunità per tutti i “diversi”, i pregiudizi persistono. La differenza continua a far paura. Rimette ancora troppo in discussione quello che si conosce, o che si pensa sapere, spingendo a rifiutare ciò che è “altro” rispetto a sé, ai propri codici, alle proprie abitudini. Nel nostro Paese, nonostante le grandi dichiarazioni di principio, i cittadini continuano di fatto ad essere distinti in due categorie: da un lato quelli di serie A, ossia gli eterosessuali che, in quanto conformi alle norme vigenti, vengono considerati e trattati come “normali”, “adeguati”, “degni”; dall’altro lato quelli di serie B, ossia gli omosessuali che, proprio perché non-conformi alle norme, vengono considerati e trattati come “anormali”, “devianti”, “indegni”. Un popolo di “quasi adatti”, per utilizzare le parole dello scrittore Peter Hoeg, che dovrebbero smetterla di domandare gli stessi diritti di tutti gli altri. Non si può mica volere tutto e il contrario di tutto, pensano taluni, non si può mica essere al tempo stesso diversi e uguali cercano di argomentare altri, senza capire che l’uguaglianza dei diritti è proprio l’uguaglianza nella diversità. Ecco perché - continua - c’è tanta urgenza di leggi che riconoscano i diritti degli omosessuali e dei trans, e che permettano di dire in modo chiaro da che parte stanno libertà e uguaglianza, e da che parte invece continua a stare la vergogna: in un Paese democratico e liberale non ci si può vergognare di quello che si è o di chi si ama; ci si dovrebbe piuttosto vergognare di non permettere a tutti, nonostante le differenze, di esser uguali e liberi».

Udi e Gruppo Salute Donna sono intervenute affermando che la legge 194 è stata fondamentale per aiutare le donne ad uscire dalla clandestinità e dall’elevato rischio di morte cui andavano incontro con l’aborto. Perché secondo lei questo accanimento sul corpo delle donne?

«Nonostante la finalità della legge 194 sia quella di mettere fine alla clandestinità degli aborti, garantendo a tutte le donne la possibilità di interrompere le gravidanze indesiderate gratuitamente e nelle strutture pubbliche, molte donne si trovano di fatto discriminate. In alcuni ospedali, il tasso degli obiettori di coscienza è superiore all’80%, costringendo le donne a spostarsi da una regione all’altra o, addirittura, a recarsi all’estero. Il problema, oggi, non è più quello della legittimità o meno dell’aborto, quanto quello di permettere effettivamente a tutte coloro che lo desiderano, ne hanno bisogno e lo chiedono, di poter avere accesso ai servizi. A che serve d’altronde una legge se poi non viene applicata ovunque allo stesso modo?».

Un’ultima domanda: è stata a Ferrara in occasione del Festival di Internazionale nel 2011, ha un ricordo in particolare di questa città?

«La bellezza della città e il calore delle persone. E poi tanto amore. Per la cultura, per la letteratura, per gli altri…».

Veronica Capucci

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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