La Nuova Ferrara

La complessa genesi del film di Vancini sulla strage di Bronte

di LORENZO CATANIA

Bixio fece uccidere gli insorti durante la spedizione dei Mille Il regista ferrarese attese dieci anni per poterlo realizzare

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di LORENZO CATANIA

P. er gli studenti spesso è difficile venire a conoscenza di certi avvenimenti che i manuali di storia non riportano o sui quali dicono poco. A meno che la curiosità di sapere non li spinga a leggere e a documentarsi. È quello che capitò allo studente liceale e futuro regista Florestano Vancini, quando lesse la novella di Giovanni Verga intitolata Libertà, nella quale è raccontato, senza citare mai luoghi e circostanze, un episodio reale avvenuto nel 1860 a Bronte, paese alle falde dell’Etna a cinquanta chilometri da Catania, in occasione della spedizione dei Mille. I contadini affamati, piegando ai loro interessi materiali un proclama di Garibaldi, si ribellarono ai ricchi proprietari terrieri, facendone una strage, perché ritenuti responsabili dell’usurpazione delle terre demaniali. Di qui poi l’intervento del generale Nino Bixio, che operando al di fuori della legalità, ordinò l’esecuzione sommaria di alcuni insorti per riportare l’ordine.

«A Verga - dirà anni dopo Vancini - ero molto appassionato, mi piaceva molto, ma rimasi colpito nel trovarlo (lui sempre preciso e dettagliato nei nomi, nei luoghi, nelle circostanze) molto generico mentre racconta della rivolta in un non meglio identificato paese di montagna…».

Nei primi anni ’50, impegnato in Sicilia a girare alcuni interessanti documentari, fra i quali uno intitolato Luoghi e figure di Verga (’52), Vancini ritornò a interessarsi dell’argomento che in gioventù lo aveva appassionato e incuriosito. Il desiderio di sapere del regista ferrarese trovò risposte (parziali) nel libro di G. Cesare Abba Da Quarto al Volturno. Noterelle di uno dei Mille, il garibaldino che della vicenda di Bronte dà una sintesi favorevole all’azione di Bixio e sorda alle rivendicazioni sociali dei contadini siciliani; nell’inchiesta di un amico giornalista e soprattutto nei libri di un testimone oculare della rivolta di Bronte che nel 1860 era poco più che decenne: Benedetto Radice, poi diventato avvocato e studioso di storia locale.

Un secolo dopo, nel 1960-’61, Vancini e l’amico Fabio Carpi scrissero una sceneggiatura, supportata dalla lettura degli atti del processo sui fatti di Bronte, conclusosi a Catania nell’agosto 1863, e per la caratterizzazione siciliana dei personaggi chiesero la collaborazione di Leonardo Sciascia, autore del fortunato romanzo Il giorno della civetta. Prima di diventare pellicola, quella sceneggiatura, dove si sostiene che la rivolta di Bronte fu un episodio rivoluzionario e di guerra, legato alla volontà di Bixio di tutelare con le armi gli interessi che legavano i borbonici agli inglesi, ai quali dopo la vittoria di Nelson su Napoleone erano stati dati ampi territori boscosi nella zona fra Paternò e Bronte, dovette superare non poche avversità. Il produttore cinematografico Dino De Laurentiis pensava a un film con attori Kirk Douglas e Frank Sinatra; altri produttori proponevano modifiche che svuotavano di significato il lavoro del regista. Parecchi anni dopo, nel ’69, la Rai accetta il progetto di Vancini e vuole proporlo al pubblico televisivo in tre puntate, poi ci ripensa e suggerisce di farne un film unico. Il regista perciò lavora al rimontaggio dell’opera per ridurla a 110 minuti. Contrariamente a quanto comunemente si crede e si scrive, il film Bronte: cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato (’72, ma prodotto nel ’70), non è stato girato nei luoghi in cui esplose la rabbia dei contadini. E questo per due motivi: poche le risorse finanziarie messe a disposizione e poi all’inizio degli anni ’70 Bronte aveva perso la sua fisionomia ottocentesca. Il centro storico si presentava assai deturpato e girare per le strade significava bloccare la vita quotidiana del paese. Si valutò perciò la possibilità di girare in altre località. Alla fine il film, coprodotto con la Jugoslavia, finì per essere girato in Istria, in un villaggio abbandonato dopo le vicende della Seconda Guerra Mondiale: Lovrec, scelto perché la sua vegetazione mediterranea ricordava quella di Bronte. Qui, per ricreare l’ambientazione siciliana, si costruirono delle facciate per simulare il nobile collegio Capizzi, dove Bixio stabilì il suo quartier generale, e il Circolo dei nobili, davanti al quale avviene la dimostrazione iniziale dei braccianti che inneggiano a Garibaldi.

Nell’agosto 2002 Vancini ritornò sul set di Lovrec e ricordava con nostalgia l’armonia e la collaborazione che regnava sul finto set di Bronte fra italiani in trasferta e lavoratori della Jugoslavia di allora: croati, serbi, serbo-croati, italiani dell’Istria che avevano reso possibile la realizzazione di un film che comunicava agli spettatori e in particolare agli studenti, una concezione non retorica né celebrativa della storia, la quale aiutava a comprendere ciò che poteva essere fatto meglio negli anni dell’unificazione italiana e le nefaste conseguenze protrattesi fino ad oggi. Venerdì al Palazzo della Cultura di italiana la proiezione alla presenza della figlia del regista, Gloria Vancini.

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