“Terramara”, danza di campagna che ricorda la pittura degli Este
Diamo un’occhiata alla pittura padana del 400 e ’500 (realizzata nella Ferrara degli Estensi e nella Mantova dei Gonzaga) subito dopo avere visto nel Teatro Comunale Abbado Terramara di Michele...
Diamo un’occhiata alla pittura padana del 400 e ’500 (realizzata nella Ferrara degli Estensi e nella Mantova dei Gonzaga) subito dopo avere visto nel Teatro Comunale Abbado Terramara di Michele Abbondanza e Antonella Bertoni. Quante pose questo spettacolo di danza cita da quelle immagini soprattutto del Correggio, pittore preferito di Isabella d’Este rampolla di Ercole I e poi marchesa di Mantova. Ci sono attimi, nella coreografia, sono sospesi nel silenzio e nell’immobilità, pause di un lirismo rinascimentale, fatti i dovuti distinguo fra quei soggetti del Correggio che erano divinità profane e i soggetti di oggi che danzano in scena la Terramara come una coppia di contadini, lavoratori della terra, frutticoltori che coltivano le arance. D’accordo, i costumi, anzi i panneggi sono agli antipodi, là, nel Rinascimento, ricchi di colori e chiaroscuri, qui nel presente, semplici abiti popolari. Ma ci sono arti e corpi che non cambiano foggia, e le figure diventano uguali a quelle dei dipinti rinascimentali quando sono sospese in equilibrio aereo o adagiate in pose voluttuose. È una coreografia che ha quasi un quarto di secolo (prima esecuzione nel ’91) e la ballettologa Marinella Guatterini la ripropone per il suo Progetto RIC.CI; come tutti i classici non dimostra l’età anagrafica, Terramara è sempre attuale. Non si tratta solo di bellezza teatrale, che pure c’è ed è importante per l’esito sul pubblico. È piuttosto questione di feeling, parla ai sentimenti della gente.
È la storia di una coppia di contadini che attraversano la giornata e le stagioni come una qualsiasi coppia, né celebre, né mitica. Si litiga, ci si riappacifica, si lavora, si fa l’amore, si curano casa, cortile, frutteto, si torna a litigare. C’è tanta meravigliosa danza nello spettacolo, perfette sincronie di movimenti, slanci atletici, prese acrobatiche. Poi ci sono le pause liriche, rallenty e fermo-immagine, la pittura del Rinascimento che appare. I danzatori in scena non sono Abbondanza e la Bertoni, ma somigliano molto, sembrano sosia. Si chiamano Eleonora Chiocchini e Francesco Pacelli e danno prova di un’intesa naturale, empatica. Ad amalgamare il tutto, oltre il silenzio, ci sono le musiche rielaborate di Bach, Yared, Boré, i canti popolari del Sud Italia e del Nord Africa; ed i rumori del cortile, dell’aia, degli animali. Spettacolo molto bello, accolto con calore dal pubblico.
Athos Tromboni
