La Nuova Ferrara

Racconto in esclusiva

"Natale al Korova" a firma di Gianluca Morozzi

Gianluca Morozzi
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Gianluca Morozzi

In anteprima solo per la Nuova Ferrara il breve lavoro del noto scrittore ambientato nella nostra città

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Non c’è nulla di più triste di un uomo che beve da solo alla vigilia di Natale con il mento appoggiato sopra un pacco regalo. Specialmente se quell’uomo sono io. E il pacco regalo ha la lunghezza di cinquantasei centimetri.

Sì, amici: mentre tutta Ferrara luccicava di illuminazioni natalizie e la gente si affrettava tra un negozio e l’altro nel tardivo acquisto degli ultimi doni, io me ne stavo triste e solo al Korova Milk Bar di via Croce Bianca, seduto al tavolino vicino alla toilette, bevendo sui miei sogni d’amore infranti.

Oh, quel che avevo fatto per Carlotta! Carlotta: questa visione celestiale le cui grazie sbirciavo come un Pierino ultraquarantenne quando saliva le scale diretta al piano di sopra del Korova. Carlotta, alla quale avevo rivolto la parola solo una volta per dire «Bello il busto di Shakespeare dietro il bancone, vero?», sentendomi rispondere «Quello non è mica Shakespeare, è Beethoven».

Su di lei avevo lungamente raccolto informazioni tra i baristi e gli avventori abituali del Korova.

«Carlotta? – aveva detto Albo – Carina ma monomaniaca, parla solo di Harry Potter».

«Carlotta? – aveva ribadito Slade – Simpatica, ma crede di essere un personaggio secondario di Harry Potter».

«Carlotta è mentalmente posseduta da Harry Potter», aveva assicurato Rocco.

«Carlotta ha un po’ stancato con questa ossessione per Harry Potter», aveva sbuffato Oscar, non usando peraltro proprio queste precise parole.

E allora, mi ero detto, come conquistarla? Semplice: avevo notato in libreria una nuova edizione della saga di Harry Potter, che dal 1997 in poi aveva dominato il mondo e le classifiche di vendita: sette volumi con nuove copertine, i cui dorsi accostati formavano il disegno di una bacchetta magica. E così, quel pomeriggio di vigilia, mi ero recato in una libreria, avevo comprato tutti i sette libri, li avevo fatti impacchettare, e con quel parallelepipedo lungo cinquantasei centimetri pesante e ingombrante sulla spalla mi ero recato speranzoso al Korova. Oh, quanto sarebbe stata felice, Carlotta, per il mio gentile pensiero!

Appena spalancata la porta del locale, però, mi ero trovato di fronte a una crudele realtà. Carlotta era già al Korova, sì, ma non da sola. Era in compagnia di un colosso tatuato con il quale, diciamo così, scambiava pubbliche effusioni. Un motociclista bolognese noto come l’Orrido, molto più vicino spiritualmente a Bud Spencer che a Harry Potter.

Il mio povero cuore si era frantumato in un miliardo di minuscoli frammenti, precipitati sul pavimento del Korova e rotolati qua e là, minuscoli e ignorati da tutti.  

Così, dopo aver lenito il dolore in un virile whisky, ero uscito con l’enorme pacco regalo sulla spalla. Il cassonetto dietro l’angolo: quella era la sua giusta e sacrosanta destinazione.

Le antiche viuzze ferraresi fatte di ciottoli e antiche arcate erano deserte e silenziose. Stavo per aprire il cassonetto, quando una figura mi era sbucata alle spalle: una ragazza carina, dai grandi occhioni spalancati, con l’aria preoccupata. «Scusa – aveva detto – lo so che è una richiesta bizzarra, ma non hai mica visto una cabina telefonica dallo strano colore, per caso?»

«Eh?», avevo volgarmente belato, non capendo la domanda.

«Oppure un uomo dai capelli grigi, con una giacca nera e rossa…»

«Eh?»

«Non hai mica notato cose insolite? Dinosauri in giro per Ferrara, o Lucrezia Borgia resuscitata, o alieni in piazza del Duomo…»

«Eh?»

«No, perché si sono aperti dei buchi nel tempo un po’ a caso, qua e là, e stiamo cercando di ripararli… be’, ciao, scusa se ti ho disturbato». Ed era corsa via, scomparendo nel buio in fondo a via Croce Bianca.

Buchi nel tempo un po’ a caso, qua e là? Dinosauri? Lucrezia Borgia? Mentre riflettevo su queste sconnesse informazioni, avevo notato una cosa, proprio in mezzo ai cassonetti dell’immondizia. Tra il cassonetto indifferenziato e quello della carta, contro la parete, c’era un buco. Un piccolo varco, tondo, del diametro di mezzo metro. E al di là di quel varco, guardando bene, c’ero io. Proprio io, ma nel passato.

Affacciandomi a quel cerchio nel muro vedevo me stesso adolescente, nella casa in cui abitavo negli anni Ottanta. Magrissimo, con una folta zazzera, seduto in mutande davanti alla tv. Guardavo Hazzard, con i libri di scuola abbandonati sul tavolo del salotto fino alla fine del telefilm. Cos’è il genio?, si chiedeva Philippe Noiret in quel vecchio film di Monicelli. E la risposta era: fantasia, intuizione, decisione e velocità di esecuzione.

«Ehi, tu» avevo bisbigliato, pensando, assurdamente: ora esce Carlotta e mi vede che parlo a un muro tra i cassonetti dei rifiuti. Il me stesso adolescente si era girato stupefatto. E aveva spalancato gli occhi, notando quel buco nella parete del salotto e una faccia che, da quel buco, lo guardava. Probabilmente lo aveva scambiato per suo padre. Cioè, mi ero scambiato per mio padre. Vabbè, avete capito. Robaccia complicata sui viaggi nel tempo. «Tu! Prendi questi libri!» gli avevo detto. «Non esistono ancora! Scrivili tu! Fallo prima del 1997! Mi raccomando! Prima del 1997!», e gli avevo lanciato il pacco regalo attraverso il varco, un attimo prima che si chiudesse da solo.

A quel punto mi ero voltato, e mi ero trovato davanti un tizio alto, dai capelli grigi, con una giacca nera e rossa un po’ da prestigiatore. «Scusa» mi aveva chiesto,«non hai mica visto passare una ragazza, una con la faccia larga, gli occhioni…?»

«Sì. È andata di là».

«Molte grazie». Ed era sparito nella stessa direzione della tizia di prima. Un po’ turbato da tutti quegli eventi, mi ero chiesto: il me stesso adolescente, avrà capito? Si sarà accorto, sfogliando quei libri, di aver in mano dei volumi stampati nel futuro? Capirà quel che deve fare? Non ero sveglissimo nei miei anni puberali. Forse, distratto dalle grazie della bella Daisy di Hazzard, aveva dimenticato quel pacco regalo in un angolo del salotto, dove era rimasto a prendere polvere per sempre.

Avevo cercato un bancomat, allora. Volevo verificare un piccolo, piccolissimo dettaglio. Avevo visualizzato il mio estratto conto. E, di fronte a quel numero spropositato di zeri, virilmente, ero svenuto per le strade di Ferrara. Insomma, grazie a quei due strani tipi, a una notevolissima sere di colpi di fortuna, alla mia prontezza di riflessi, sono diventato in via retroattiva il ricchissimo e famosissimo autore della saga di Harry Potter. Scoprirsi multimiliardari senza aver fatto niente se non gettare un pacchetto in un buco è un regalo natalizio niente male.

L’universo è stato riscritto da capo con pochissime differenze. Una delle quali, stranamente, è: Carlotta, adesso, odia Harry Potter. Dice Albo, ribadisce Slade, conferma Oscar, rassicura Rocco, che Carlotta parla sempre e soltanto di una serie britannica chiamata Doctor Who.

Okay: i casi della vita mi hanno reso ottimista. Chissà se sarò fortunato anche il prossimo Natale?

 

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