“La follia di Gregorio” diventa un modo per osservare il mondo
Per l’editore Minerva è uscito il sesto romanzo di Battara «Stravaganza non è pazzia: c’è distanza fra medici e malato»
Sesto romanzo per Giacomo Battara, firma consolidata dell’editore Minerva, che si cimenta con una storia a tratti di formazione. Lo scrittore ferrarese sfodera uno stile permeabile, in grado di raccogliere le esperienze incrociate giorno dopo giorno, nonché coinvolgente grazie a una narrazione che non si priva di enigmi e colpi di scena. La follia di Gregorio è un viaggio interiore tra le emozioni del giovane protagonista, un animo integro, ritenuto folle a causa di una lucidità stupefacente e di una sincerità disarmante. Svariati i personaggi che, pezzi unici di un mosaico, s’intersecano prima e poi si dispiegano, in un posto che par destinato loro da sempre. E il nome Gregorio porta in sé il suo destino: dal greco “all’erta”, attento al mondo circostante.
Quali sono stati gli spunti che l’hanno mossa?
«Il mio spunto fondamentale - racconta Battara - è stato il principio sacrosanto del libero arbitrio, che è un diritto naturale e va rispettato, perché ci consente di essere liberi».
Perciò il protagonista sceglie di sfidare la morte?
«Vuole farla finita per non lasciarle l’ultima parola: non si tratta tanto di una sfida quanto di un incontro con lei. Ma non ci riesce, siccome non manca mai qualcuno a salvarlo, sino a portarlo in un ospedale psichiatrico per essere riabilitato».
E qui apre gli occhi e la mente…
«Comincia a indagare su coloro che gli stanno intorno, sui dottori che chiama “Borotalco uno” e “Borotalco due”, ingessati e altezzosi, che lo considerano uno squilibrato e, quindi, lo squalificano come individuo. Invece Gregorio è solo stravagante. Così si trova nella posizione adatta per osservare i loro ruoli, la distanza tra medico e malato, e il significato delle ‘cure’ somministrategli».
L’assassinio violento di un gesuita dà tono alla trama: inserire un risvolto giallo è stato più forte di lei?
«Spesso e volentieri la mania dello scrittore sta proprio nel giocare con la vita e la morte. E metterle in gioco. Tendiamo a percepire la nostra vita quasi fosse ‘intoccabile’, una stabile retta, mentre è attraversata di frequente dall’elemento della fine, che dagli esordi è stato per me fonte di ispirazione e di approfondimento».
Il nome Gregorio ha un’eco storica, o sbaglio?
«È collegato al cognome “Dio ti trovi”: spesso ha più valore il nome della persona che lo porta. Tra la gente comune non è il pensiero espresso a qualificarti, bensì il cognome. A distinguerti non sono le gentilezze che riservi agli altri, o ciò che dici, piuttosto il nome che erediti».
Matteo Bianchi
