Anche Prodi si diverte alla rappresentazione che denuncia il potere
FABIO ZIOSI. Se è vero che servono “storie a rendere il mondo meno terribile”, l’altra sera al Teatro Comunale Abbado ce n’era veramente bisogno, dopo quanto successo nella mattinata a Parigi nella...
FABIO ZIOSI. Se è vero che servono “storie a rendere il mondo meno terribile”, l’altra sera al Teatro Comunale Abbado ce n’era veramente bisogno, dopo quanto successo nella mattinata a Parigi nella sede del giornale satirico ‘Charlie Hedbo’ con l’uccisione di dodici persone. Non è un accostamento ardito: come i vignettisti Wolinski e Charbonnier hanno per una vita cercato di mettere a nudo potere, prepotenza, fanatismo e per questo con la vita hanno pagato, agli attori in teatro quasi per ‘istituzione’ hanno lo stesso compito: mostrare che il re è nudo e farlo capire a tutti quanti. Spesso per smascherare e denudare il potere si utilizza l’arma del sorriso e della risata anche sulle tavole del palcoscenico. L’altra sera era il turno di Decamerone: vizi, virtù, passioni, liberamente tratto dall’opera di Giovanni Boccaccio (scritto a metà del ’300) con regia di Marco Baliani, protagonista Stefano Accorsi ed un bel gruppetto di bravi attori.
Tra il pubblico uno spettatore d’eccezione, l’ex presidente del consiglio Romano Prodi (e, chissà, futuro presidente della Repubblica) e la signora Flavia Franzoni ospiti dell’amico professor Francesco Conconi, che con la moglie hanno seguito lo spettacolo dal palco 11 del secondo ordine (con tanto di servizio d’ordine all’ingresso).
Ma torniamo al nostro Decamerone. Sono sette le storie che vengono rappresentate ognuna con il suo narratore e con il resto della compagnia che si trasforma avendo come punto di partenza il “carozzon viaggiante” di questo pugno di guitti, che gira il mondo con il compito di raccontare ma anche di trovar da mangiare come ben evidenziato nell’ultima scena quando finalmente le tagliatelle - che attraversano nella loro preparazione buona parte delle storie - escono in una enorme terrina e ognuno degli attori si arma di un forchettone, ricordando la famosa mangiata di spaghetti di Totò. La risata - il pubblico risponde bene e non ha bisogno di essere sollecitato - a volte riesce a mascherare anche troppo il contenuto nascosto della favola, narratore e attori sottolineano con richiami alla realtà - come è, ad esempio, per i tagli della cultura - dove il linguaggio, anche se addolcito - l’italiano dei tempi di Boccaccio - ricorda il problema ben presente oggi e non solo nei teatri.
Della ‘terribil pestilonza’ boccaccesca tutto fa ridere: dal falso frate domenicano che si traveste da Arcangelo Gabriele per possedere Elisa la generosa o il falso muto che entra nel convento di suore che grazie a lui scoprono - anche troppo - l’amore carnale fino a renderlo esausto e a fargli riprendere l’uso della parola e a far gridare “al miracolo” per non tornare indietro nella loro scelta. Bravi gli attori nel cambio repentino di linguaggio e di dialetto (sublime quello dei tre fratelli siciliani) sino ad arrivare all’uso del bolognese per la novella di Calandrino e Tessa. Stasera l’ultima replica.
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