I fan ferraresi in massa per incontrare l’idolo Accorsi
All’incontro di ieri la compagnia ha parlato dello spettacolo tratto da Boccaccio Successo per l’attore bolognese: «Raccontare storie significa non morire»
“Decamerone. Vizi, virtù, passioni”, praticamente lo specchio di un’Italia che nonostante i secoli per molti versi è rimasta invariata. L’opera del Boccaccio, scritta nel ’300, portata in scena al Teatro Comunale Abbado di Ferrara da Stefano Accorsi, Salvatore Arena, Mariano Nieddu, Silvia Briozzo, Fonte Fantasia e Naike Anna Silipo, per la regia di Marco Baliani, racconta storie di amori, gelosie, tradimenti, inganni, violenze e truffe. Lo fa però con grande maestria e leggerezza. Gli attori in scena, tutti impeccabili, si tramutano continuamente in nuovi personaggi ed ogni novella diventa quasi “uno spettacolo a sé”.
Ieri pomeriggio nelle sale del Ridotto del Teatro Comunale Abbado si è tenuto l’incontro tra il pubblico e la compagnia. All’appuntamento, che ha riscosso (e c’era da aspettarselo) grande successo, si è parlato del linguaggio, dell’allestimento e di un percorso, quello intrapreso da Accorsi e Baliani con “Furioso Orlando”, che replica dopo replica coinvolge ed appassiona sempre più spettatori.
«Questo spettacolo - afferma il protagonista -, rientra all'interno del progetto “Grandi Italiani”, intrapreso insieme anche a Marco Balsamo. Nella prossima tappa, che dovrebbe essere anche l’ultima, ci concentreremo su Machiavelli. Abbiamo voluto portare in scena testi che non erano nati per il teatro, quindi dietro ad ogni allestimento c’è pure un grande lavoro di adattamento».
Nel caso specifico, le novelle portate sotto i riflettori sono sette, con l’invito però a leggere anche le altre novantatré che compongono il “Decamerone” di Boccaccio. Dieci novelle al giorno per dieci giorni per ingannare l’esilio forzato per sfuggire alla peste che stava dilagando a Firenze.
«Ci piaceva molto questo parallelismo, tra la peste fisica di un tempo e la peste morale di oggi. Raccontare storie - continua Accorsi -, significa non morire, ritrovarsi, parlare e confrontarsi significa vivere e tutto questo alimenta la grande idea della vita».
La lingua utilizzata dagli attori non è strettamente quella del Boccaccio ma nemmeno quella attuale.
«Abbiamo scelto di mantenere un vocabolario di ‘antica foggia’ ma più immediato e comprensibile - spiega la compagnia -; prima di lavorare sulla lingua si è lavorato sul senso, sulle storie, sui personaggi. È stato bellissimo».
In scena un furgone sgangherato che si trasforma a seconda della vicenda narrata.
«Questo carro, permettetemi il romanticismo - sorride Accorsi - , “dipinto di fantasia”, è diventato ormai un personaggio a tutti gli effetti perché muta con noi nel corso dello spettacolo ed è diventato parte integrante della storia».
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