La nave romana ci regala tante informazioni storiche
Visita agli scavi di Valle Pega con Beltrame, docente dell’Università Cà Foscari La stratigrafia permetterà di ricostruire l’evoluzione di area e barca ritrovate
Uno stradello in terra battuta si diparte dalla strada Fiume, una linea retta che corre veloce lungo le terre bonificate di Valle Pega e si interrompe là dove un canale le ferma il passo. Ed è alla biforcazione di un antico canale e ad un altrettanto antico ramo di fiume, il Pado Vetere, che si arriva, per approdare, insieme alle imbarcazioni rinvenute, nello scavo in corso, quello che sta ridonando una barca romana del V secolo e due piroghe, appoggiate dalla storia sul fianco dell’alveo fluviale. Una scoperta, o meglio una riscoperta, per una imbarcazione già individuata nel 2008 dall’allora direttrice del Museo Archeologico di Spina, Fede Berti. Il disvelamento avviato dal soprintendente Mario Cesarano, fresco di nomina e di idee, si avvale delle migliori competenze di esperti per condurre il progetto in terra comacchiese.
La barca a fondo piatto, adatta quindi a navigazioni fluviali è distesa sulla parte laterale del fiume, è un’imbarcazione di misure considerevoli per la tipologia di cui vi sono pochissimi esemplari, ora ne sono stati portati alla luce oltre 12 metri di lunghezza (potrebbe arrivare a 15/16); è alta circa 180 cm, le ordinate sono verosimilmente di legno di quercia, il fasciame in olmo.
Carlo Beltrame, docente di archeologia marittima presso l'Università Cà Foscari di Venezia, fine conoscitore di navi antiche, ci illustra il sito e le particolarità della nave sottolineando la caratteristica costruttiva “a cucitura” che impiega biette e cavicchi, tecnica tradizionale e tipica dell’areale Alto Adriatico fin dopo la sua sostituzione con la tecnica a tenoni e mortase, forse più conveniente e resistente, ma anche versatile che permetteva la realizzazione di navi più complesse.
La nave romana di Pado Vetere presenta una scarsissima quantità di chiodi e la sua tecnica costruttiva ha rimandi in età greca che tuttavia permane fra le sponde dell’Adriatico ancora nell’Alto Medioevo (in area veneta il fasciame però era in larice), fra Venezia, Aquileia e la Croazia, fino all’areale deltizio. Una nave simile a quella comacchiese, del I secolo d.C., anch’essa in fase di scavo, si trova in prossimità del Fiume Stella, in Friuli.
Lo scavo stratigrafico con cui è condotto lo scandaglio archeologico permette di ricostruire la storia dell’area in questione e del manufatto. Una successione di piani che racconta l’evolversi del terreno, le sue successive modificzioni: si alternano il grigio strato della sabbia e quello nero di una probabile combustione della vegetazione, sono stati ritrovati elementi ceramici, leterizi con bollo Solonas e resti osteologici. L’intreccio fra le diverse discipline consentirà di avere una quadro scientifico di rilevate interesse.
Che nell’area vi fossero uno o più moli, attracchi, luoghi di approdo è un dato che queste scoperte via via confermano. Poco più in là, nel Baro di Zavelea, una struttura muraria di circa 2 metri di altezza e 7.5 metri di lato, potrebbe far pensare alla base di un faro. Ma queste sono solo ipotesi. La navigazione in epoca romana è documentata già da Cassiodoro: attraverso canali naturali o realizzati il reticolo idrografico dell’area costituiva il sistema d’accesso per i traffici in zona.
Gli archeologi all’opera procedono nello scavo sospesi su passerelle, il sole di un pomeriggio invernale getta una luce dorata sullo scafo, l’unico testimone di ciò che ciò che c’era, di ciò che oggi c’è.
Lucia Felletti
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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