Casanova a Ferrara complice di un’altra avventura libertina
Alloggiò per una notte all’Osteria di San Marco stando al gioco della sua amica veneziana Cattinella
di MICAELA TORBOLI
Rimane nella storia come il conquistatore per antonomasia di donne d’ogni forma e d’ogni età. In carne, ossa e passione, mentre il seducente Don Giovanni è una creazione letteraria. Giacomo Casanova, nato a Venezia il 2 aprile 1725 da genitori che calcavano il palcoscenico (ma pare che il suo vero padre fosse un Grimani), si laureò in giurisprudenza, ma non divenne avvocato; ricevette la tonsura, ma non divenne prete; indossò l’uniforme, ma non divenne militare di carriera. Seguirà molti altri percorsi, non sempre onesti. Fu spia, baro, manutengolo, aveva un vero talento per l’avventura.
Una delle storie libertine narrate nella sua fluviale e brillantissima autobiografia scritta in francese in tarda età, ritenuta degna di una edizione nei prestigiosi . Millenni Mondadori a cura di un bravo romanziere dimenticato, Piero Chiara, e di Federico Roncoroni (Milano, 1983), si svolse proprio a Ferrara. Maggio 1750. L’Europa era ormai tranquilla, dopo la Pace di Aquisgrana del 1748 che aveva visto la fine di una terribile serie di conflitti generati dalla Guerra di Successione Austriaca, che toccarono anche Ferrara. Tutto stava tornando alla normalità. Qualche tempo prima Casanova aveva vinto al lotto ben tremila ducati, e decise di attingere al gruzzolo per divertirsi alla rinomata fiera di Reggio. Partì quindi da Venezia su una peota a remi che impiegò una giornata per arrivare a Ferrara, tappa intermedia del suo viaggio emiliano.
L’albergo più frequentato di Ferrara era l’Osteria di San Marco, con servizio di stazione di posta. Il locale si trovava di fronte al Castello Estense, oggi Corso Martiri della Libertà 31-41. Un edificio vasto, che a giudicare dalla pianta di Ferrara del Bolzoni del 1747 copriva un’area che forse arrivava in origine fino alla odierna via Cairoli, al tempo via di Borgo Nuovo o del Seminario: fu rimaneggiato nel 1932 (come recita una epigrafe sulla facciata) per altri usi, in uno stile bizzarro e indefinibile. Giacomo sbarcò a Pontelagoscuro e raggiunse l’Osteria. Era mezzogiorno. Salendo verso la sua stanza, sentì voci allegre provenire da un ambiente dove si stava mangiando. Ad un tratto, una giovane donna, che lì per lì non riconobbe, uscì sulle scale e gli gettò le braccia al collo esclamando: «Presto, un coperto per il mio caro cugino. E mettete il suo baule nella camera accanto». Senza aprire bocca Giacomo seguì la ragazza nella sala da pranzo, dove lei lo presentò a tutti, e in particolare al suo fidanzato ed ai futuri suoceri, proprietari dell’albergo: intanto la furbetta gli pestava un piede di nascosto per fargli capire che doveva tenerle bordone. Osservandola meglio, Casanova la identificò: era Cattinella, ovvero Cattarina Lazari, nota e spregiudicata ballerina veneziana talmente licenziosa ed intrigante da aver spinto il governo della sua città, pur assai tollerante in fatto di costumi, ad imporle l’esilio, nel 1746. La Cattinella iniziò subito a rifilare un sacco di bugie agli astanti, costruendo tutta una storia strampalata che mirava a far credere che, oltre a quello del “cugino”, anche l’arrivo di sua madre, carica di bagagli pieni di gioielli e vesti sontuose per le nozze con il moroso ferrarese, fosse imminente. Giacomo, spacciato per un musicista, rispondeva a monosillabi, sorrideva, mangiava e beveva in attesa di restare solo con la donna per capire meglio il suo piano e ottenerne i favori come ricompensa per non averla smascherata.
Cattinella non si negherà. Poco dopo, entrata con una scusa nella camera di Giacomo, Cattinella si abbandonò su un canapè in preda alle più matte risate, raccontando di aver riconosciuto il suo concittadino che aveva visto in patria. Come non notarlo, d’altronde? La sua vita spericolata era argomento di continui pettegolezzi. Le signore se lo mangiavano con gli occhi. Era alto cinque piedi e nove pollici (cioè un metro e ottantasette), un gigante per quei tempi. Appariva come un nobile, con abiti di seta e velluto ricamati e guarniti di pizzi d’argento, le camicie a sbuffo inamidate, una piuma bianca sul tricorno: così si presenterà anche ai Piombi, la prigione del Palazzo Ducale di Venezia, all’inizio della sua detenzione per reati contro lo Stato, terminata con una celebre fuga. Seducente a prima vista, maestro nell’arte della galanteria. Cattinella non era da meno. Aveva fatto innamorare l’oste ferrarese e viveva a sue spese da due mesi, nella segreta attesa che giungesse da un momento all’altro a Ferrara il vero compagno fisso, un tedesco di alto lignaggio, per portarla via. Senza por tempo in mezzo, quindi, Giacomo e la ballerina colsero di gran lena il piacere dell’attimo amoroso fuggente. Non a lungo, però. Nel pomeriggio arrivò in albergo, con provvidenziale frastuono che avvertì gli amanti del pericolo, una berlina a sei cavalli dalla quale scese un uomo che Casanova nelle sue memorie descrive così pingue da avere una corporatura quattro volte la sua, ed era necessario che due domestici lo sostenessero. Cattinella non mentiva sull’amico tedesco. Si trattava nientemeno che del maturo maresciallo di campo, conte Ludwig Wilhelm Johann Maximilian von Ostein, uno dei fratelli del principe-vescovo di Magonza. Lei si sciolse velocemente dalle braccia di Giacomo e volò nel suo alloggio.
Casanova, intanto, chiuso a chiave dalla veneziana nella propria camera, spiava da una fessura quanto avveniva nella stanza accanto. Il conte non era tipo da perdersi in cerimonie, e in cinque ore fece preparare i bagagli della sua bella, si godette una lauta cena scolando anche alcune bottiglie di vino del Reno, e giacque con la Cattinella in un modo che Casanova trovò disgustoso, anche se non distolse affatto lo sguardo dallo spettacolo.
A mezzanotte la carrozza ripartì, a bordo c’erano Cattinella e il conte. Giacomo aveva atteso quel momento per farsi liberare dall’albergatore, dato che la scaltra artista si era portata via la chiave della stanza del “cugino”. All’ingenuo ferrarese stava crollando il mondo addosso. Cattinella, con mille moine, gli aveva promesso di tornare presto, e lui, piangendo, incapace di reagire e trattenerla, comunque non le fece pagare il conto.
Giacomo non se la sentì di aprire gli occhi allo sciocco ragazzo innamorato. Finì gli avanzi della cena preparata dal cuoco personale di von Ostein, e anche a lui, in quanto parente (presunto) di Cattinella, non venne chiesto il saldo per il soggiorno.
La mattina dopo Casanova lasciò Ferrara, verso nuove piccanti esperienze.
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