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teatro abbado - in ricordo del maestro

Gatti chiede eleganza nel suono e la Mahler regala il meglio

Gatti chiede eleganza nel suono e la Mahler regala il meglio

Le tre sinfonie di Beethoven per ricordare Claudio Abbado hanno fatto il pienone l’altra sera al Teatro Comunale. Non poteva essere diversamente, trattandosi della ricorrenza della scomparsa, a cui...

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Le tre sinfonie di Beethoven per ricordare Claudio Abbado hanno fatto il pienone l’altra sera al Teatro Comunale. Non poteva essere diversamente, trattandosi della ricorrenza della scomparsa, a cui hanno dato voce e spirito la Mahler Chamber Orchestra e, sul podio, il direttore Daniele Gatti. Un’ora e mezza di musica, affidata a un’orchestra vigile e preparata, trascinata al trionfo, oltre che dalla bacchetta direttoriale, anche dal primo violino Matthew Triscott. Ecco, Gatti, un italiano prestato al sinfonismo e alla direzione d’opera nei principali teatri del mondo. Ci è piaciuto Gatti: ha suonato a memoria senza momenti di abbandono emotivo, anzi la tensione è sempre stata la luce-guida dell’interpretazione, anche nei passaggi meno impegnativi della partitura. Prendiamo, ad esempio, il secondo movimento della Sinfonia n.1, un Andante cantabile con moto. Che fa Gatti? Chiede all’orchestra di mettere l’eleganza nel suono, eleganza come valore, non come orpello. L’espressione, in quel modo, diventa nobile, l’ascolto non viene condotto sulle suadenti ruffianerie della melodia, anzi proprio la melodia è tenuta sotto controllo, centellinata in un pulsare di suoni morbidi, non legati, traguardando la chiarezza del Settecento, il secolo dei lumi. E ancora, nel Larghetto della Sinfonia n.2 la bella frase degli archi e il passaggio del tema alle altre sezioni dell’orchestra servono non per abbandonarsi alla contemplazione estatica, ma per esaltare il contesto, il controluce, alla ricerca dei suoni che sono sostanziati non tanto segni d'espressione, quanto dentro e fra le note, basta solo saperli scoprire quei suoni. Infine la Sinfonia n.5, la più attesa. Qui Gatti ha fatto proprio il magistero che deriva, per Beethoven, dai direttori moderni tedeschi, Karajan in primo luogo, affidandosi a una gamma di pianissimi degli archi, quasi un sussurro, in aperta contesa dinamica con il tutti e le fanfare che cantano a suono pieno e squillante. Una bella esecuzione, premiata da ovazioni finali con richiesta di bis, che non c'è stato. Meglio, perché dopo una Quinta così eseguita, cosa si può pretendere di più?

Athos Tromboni

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