«Fare le cose semplici è una delle prove più difficili da passare»
L’attore e regista Paolo Nani si racconta senza maschera «Non uso il linguaggio parlato e la gente resta stupita»
Paolo Nani attore e regista teatrale amato in tutto il mondo - che domani chiuderà la stagione del Teatro Comunale di Occhiobello con lo spettacolo: “Piccole catastrofi” - è senza dubbio uno di quegli artisti che possiamo definire orgoglio della nostra Nazione, ma più di tutto orgoglio della nostra città, anche perché non tutti sanno che è nato e cresciuto artisticamente a Ferrara.
Come è iniziata la sua avventura nel mondo del teatro?
«La mia avventura (mi piace la parola) è iniziata con il Teatro Nucleo, nel 1978. Partecipai a un workshop e mi fu chiesto di entrare nel gruppo. Non aspettavo altro. Non desideravo altro. Sono stati 12 anni intensissimi di studio, di allenamento, di produzioni, di tournée. Il Nucleo e in particolare il lavoro con Cora Herrendorf, è stato l’apertura a nuovi mondi per me, che ero un ragazzino che aspirava a essere un artista, ma non sapeva come. Il Nucleo è stato l’inizio della germinazione di molti semi, di molti talenti, che non sapevo neanche di possedere.
Dal 1990 però si è stabilito in Danimarca, dove ha fondato il Paolo Nani Teater. È stata una casualità o crede che dal punto di vista culturale la Danimarca sia il miglior Paese dove lavorare?
«Sono stato invitato in Danimarca da Nullo Facchini, direttore del Teatret Cantabile 2. Nullo, anche lui originario di Ferrara; anche lui un ex allievo-regista del Teatro Nucleo, si è trasferito in Danimarca molti anni prima di me, e qui ha fondato un gruppo che ha raccolto molto successo e vinto molti premi. Ho lavorato in quella compagnia fino al 1995. Insieme abbiamo prodotto, nel 1992, il mio solo comico, La lettera, che da allora ho presentato più di 1000 volte in 34 paesi del mondo. Nel 1995 ho fondato il Paolo Nani Teater, con il quale ho prodotto, diretto e interpretato altri spettacoli. Un terzo dei miei spettacoli sono presentati in Danimarca, i due terzi nel resto d'Europa e ultimamente ho aperto le porte del Sud America».
Come reagisce in genere il pubblico italiano al suo “teatro visuale”?
«Posso dire che in Italia, il teatro visuale, è praticamente sconosciuto. Quando faccio uno spettacolo da voi, la gente si stupisce di quanto si possa dire e fare, senza usare il linguaggio parlato».
Perché ha fatto la scelta di proporre prevalentemente il teatro non verbale?
«Quando abbiamo creato “La lettera”, gli obiettivi erano: facciamo uno spettacolo che può stare in una valigia; che non ha bisogno di essere tradotto; che diventi un grande successo. Sono però ancora stupito di come sia possibile che questo spettacolo, creato nel 1992, sia ancora così fresco; di come io mi diverta sempre tantissimo ogni volta; di come continui a essere richiesto».
I suoi spettacoli hanno la rara caratteristica di piacere sia ad un pubblico di adulti che di giovanissimi. Ha mai analizzato il segreto di questo suo universale successo?
«Io penso sempre molto semplice. Quello che faccio deve arrivare a tutti. E, detto per inciso, fare le cose semplici è una delle cose più difficili in assoluto. Steve Jobs disse che la semplicità è il massimo della raffinatezza, sono assolutamente d'accordo con lui».
Lei è anche molto impegnato nel settore della didattica teatrale con corsi e workshop, come quello di costruzione della scena che condurrà il 31 gennaio presso il teatro Off di Ferrara, per quale motivo non li rivolge solo ai professionisti?
«Mi piace tantissimo scoprire talenti ed aiutarli eventualmente a diventare professionisti».
Una delle esperienze professionali a cui tiene di più?
«Una delle ultime. La tournée in Colombia, l’anno scorso. Abbiamo calcolato che durante quella tournèe, i miei spettacoli sono stati visti da 20000 persone. Uno dei teatri aveva 1200 posti. Mi sono chiesto se sarei riuscito a riempirlo. Alla fine era strapieno. Anzi, un centinaio di persone dovettero stare in piedi!
Dal punto di vista personale qual è oggi il suo rapporto con Ferrara?
«Mi piace tornarci. Conosco ogni luogo e (quasi) nessuno. Ma voglio continuare a essere cittadino del mondo.
Vincenzo Iannuzzo
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