La Nuova Ferrara

l'intervista

Eleonora Molisani regala emozioni

di Matteo Bianchi
Eleonora Molisani regala emozioni

"Il buco che ho nel cuore ha la tua forma", la scrittirce si racconta

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L’umore ibernato di Eleonora Molisani ha ripreso fiato sotto la luce di sabato scorso, quando si è scaldata in mezzo al pubblico della Feltrinelli, folto e raccolto intorno a Il buco che ho nel cuore ha la tua forma, edito di recente da Meligrana. La sua opera prima, una sorta di sincero prosimetro, è stata presentata da Camilla Ghedini e accompagnata degnamente dalla voce di Rachele Bonifacio, che ne ha curato le letture. E subito la Ghedini ne ha evidenziati i tre pregi: concisa perché si legga, chiara perché si capisca e pittoresca perché si ricordi, alla maniera di Joseph Pulitzer, giornalista come loro.

D’altronde, l’autrice ha in dote una penna che in poco meno di 100 pagine è riuscita a spaziare dalla malattia all’omofobia, dalla genitorialità alla prostituzione, dall’abuso alla pazzia, dal tradimento all’indigenza, dalla vecchiaia all’immigrazione. Da un capo all’altro del suo tempo, concentrandosi sulle gradazioni dei sentimenti.

Il titolo che ha scelto è lirico ed evocativo: perché ha voluto omaggiare Janette Winterson?

«A Ferrara ho aperto parlando della scrittura con una citazione di Kafka: “È l’ascia che spezza il mare ghiacciato dentro di noi”. Perché adoro la sensazione che si prova quando si osa con le parole. Certo, è un modo di esprimersi forte e incisivo, che magari è dipeso da una vita emozionale, vissuta sotto l’epidermide, come dalla Winterson, appunto. E riaffiorata, ad esempio, tra i capelli rossi di Louise, la protagonista di Written on the body. Il mio libro, comunque, non è un omaggio soltanto a lei, ma a tutte quelle penne che non si sono trattenute, che non hanno subìto un timore reverenziale nei confronti della parola e ne hanno liberate di impavide e sferzanti».

Ogni suo racconto è introdotto da una poesia: qual è il rapporto tra righe e versi?

«Ho legato intenzionalmente le storie brevi alle poesie, poiché li considero generi letterari non abbastanza valorizzati in Italia quanto all’estero. Si pensi solo alla fortuna della short story oltreoceano. Mentre credo fermamente serva una delicatezza particolare con questi generi. Poi scrivere significa anche esercitarsi stilisticamente, manipolare il linguaggio attraverso veri e propri stratagemmi».

La narrativa di intrattenimento, che affolla gli scaffali delle librerie, spesso abusa delle parole. Lei, invece, asciuga le pagine…

«Secondo Calvino il racconto è un incantesimo che incide sul tempo, allargandolo o riducendolo. Io l’ho ridotto all’osso a favore del messaggio, senza farlo incespicare per un lunga strada. In più non condivido il moralismo che molti fanno fra alta e bassa letteratura. C’è chi riflette leggendo Fabio Volo, perché il bello della letteratura è che ciascuno si trova il senso di cui ha bisogno in un determinato momento. L’eccessivo intrattenimento nella nostra società ci ha distratti dalla realtà. Io non voglio intrattenere, ma trattenere l’attenzione del lettore sui fogli e il suo pensiero sul concetto affrontato. Anche se talvolta è sconcertante».

Quindi un ‘social’ come Facebook allontana le persone tra di loro?

«Già. Clicchiamo sulla causa delle guerre civili dall’altra parte del globo e, magari, non ci accorgiamo che il nostro vicino di casa si è ammalato di cancro, essendo estraniati dalle ore che passiamo sugli smartphone».

Le vicende narrate si concludono lasciando l’amaro in bocca. Per quale motivo ha rinunciato al lieto fine? 

«I temi sono molto intensi, sebbene li abbia trattati con altrettanta ironia, con spirito. In fondo, credo che un finale dolce non sarebbe veritiero, almeno non sempre. Anzi, solitamente varia: il sapore della vita è agrodolce». E il cerchio si chiude ancora con la Winterson, e un suo illuminante dialogo in versi (da Il custode del faro):

Raccontami una storia, Pew.
Che storia, piccola?
Una a lieto fine.
Non ne troverai una in tutto il mondo.
Nessun lieto fine, dunque?
Nessuna fine.

 

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