La Nuova Ferrara

il racconto di stefano bonazzi - prima puntata

Il concerto degli angeli, il viaggio inizia alla Casa del Boia

Il concerto degli angeli, il viaggio inizia alla Casa del Boia

Iniziamo la nuova pubblicazione di un racconto in esclusiva per i lettori della Nuova Ferrara. Stavolta è protagonista il giovane e promettente scrittore ferrarese Stefano Bonazzi (autore per Newton...

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Iniziamo la nuova pubblicazione di un racconto in esclusiva per i lettori della Nuova Ferrara. Stavolta è protagonista il giovane e promettente scrittore ferrarese Stefano Bonazzi (autore per Newton Compton del thriller A bocca chiusa), che ci regala il Il concerto degli angeli ambientato a Ferrara.

“Oggi ci chiamano prodigi, oggi ci chiamano anche orfani.

Iniziai a battere i tasti di un pianoforte quando ancora faticavo a distinguere le vocali dalle consonanti. Nicolò trascorreva più tempo tra le braccia del contrabbasso che tra quelle di mamma e papà, mentre a quello spilungone di Jacopo piaceva così tanto tormentare le corde della sua viola, che certi giorni pareva fossero le mura stesse di casa nostra, a vibrare e tormentarsi con quegli infiniti lamenti.

Tre fratelli, tre strumenti, una sola madre. La musica.

La nostra se n’era andata dieci anni dopo aver messo al mondo me, l’ultimo dei fratelli prodigio di Villa Boiatti.

Non era morta del tutto, ma per noi era come se lo fosse. Un ictus le aveva paralizzato il novanta per cento del corpo mentre il dieci restante conservava ben poco della mamma che ricordavamo noi.

In quanto più giovane dei tre, di quel giorno non posso ricordare altro che qualche frammento sfocato. Ricordo successe di domenica. Una di quelle domeniche mattine invernali in cui la nebbia si fa beffa di Ferrara nascondendola sotto la sua sottana d’ovatta. Una di quelle domeniche in cui il tempo pare freddato nel silenzio d’una foschia eterea, in cui l’aria si riempie di goccioline talmente piccole che neanche le percepisci, eppure sai che ci sono e si stanno intrufolando ovunque. Le sentono solo i tuoi occhiali, i vetri delle auto e le ossa dei vecchi.

Ecco, successe proprio una di quelle mattine in cui ancora potevamo definirci una famiglia. Una di quelle dove una mamma e un papà portano a spasso la propria prole un po’ per dare aria alla casa e un po’ per raccogliere sorrisi e consensi dal vicinato benestante.

Ai nostri genitori piaceva percorrere quel tratto di mura che inizia dal Piazzale dei Giochi e arriva fino alla Casa Del Boia. Gli piaceva sedersi proprio su quella panchina, quella arrugginita e sbreccata, piantata storta, quella che sta proprio di fronte alla palazzona, sedersi lì e chiacchierare del nulla, oppure restarsene semplicemente in silenzio, mentre noi ci rotolavamo per la discesa imbrattandoci i giacconi di fango e cartacce.

Dal fondo di quelle mura, dagli occhi di mocciosi che trascorrevano le giornate tra la scuola e gli strumenti, La Casa Del Boia appariva maestosa e inaccessibile. Perdevamo ore a rincorrerci attorno quelle mura di mattoni sporgenti come insetti che corteggiano la corolla di un fiore gigantesco e invitante. Ci arrampicavamo sul rivellino, poggiavamo le orecchie sui quei mattoni umidi e sporgenti alla ricerca delle urla e dei lamenti degli uomini e dei maiali che un tempo vi venivano stipati dentro.

Anche papà adorava quel posto.

Quella mattina, poco prima dell’attimo in cui un minuscolo grumo di coagulo decise che era giunto il momento di mandare nostra madre a far parte del mondo delle suppellettili ingombranti, papà decise di farci una sorpresa”.

Stefano Bonazzi

1, continua

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