La Nuova Ferrara

Muro di Berlino, con Deserri si riapre la ferita

Muro di Berlino, con Deserri si riapre la ferita

L’autore ferrarese ne parla nel nuovo romanzo: «Non è un monumento, ma una nostra cicatrice»

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Non è questione di vista o di tatto: «Si vive. Il muro di Berlino è un’entità sempre presente, ovunque si vada. Non sei di fronte a un monumento, ma a una cicatrice della storia». Sono state le parole di Dario Deserri prima di tornare al suo impiego in Germania, dove insegna la lingua italiana; o come gli piace firmarsi, “De Serri”, sulle orme di papà Gianni.

Pare, infatti, che il cognome derivi dalla Spagna, dalle cime “Della Sierra”. «Da sempre - ha motivato lo scrittore - mi hanno incuriosito gli anni della Ddr, di chi ha provato il significato della libertà. Si è saputo troppo poco, specialmente della cortina di ferro».

Dario dimostra così uno spirito libero e una coscienza che rifiuta i pregiudizi, ma che tollera con tenerezza gli stereotipi, quali espressioni delle paure umane. E la testa di cavallo che porta tatuata sul braccio ne è segno ulteriore, particolare di un dipinto che lo folgorò a New York, a opera di un nativo americano.

Da poco De Serri ha presentato nella capitale tedesca il suo libro d’esordio, Come nuvole sopra a Berlino (Puntoacapo, 2014), che si è portato dentro la poesia di Ferrara, delle sue radici: «Contiene luoghi, angoli seppure non molto evidenti, persone. È rimasta con me, anche se non traspare».

Tuttavia ha cercato una espressività accessibile, mescolando ai versi scorci narrativi funzionali. Ha scelto di utilizzare come titoli delle liriche la terminologia scientifica delle nubi: si sa che tra loro vige una gerarchia, le più basse, fitte e cariche di pioggia, e le più alte, rarefatte, i cirri cristallini: «Le ho suddivise seguendo una personale e simbolica salita al cielo. La religione non è la sola a occuparsi dell’ascesa, perché il bisogno di purificazione è insito nella direzione del nostro sguardo».

I protagonisti del prosimetro hanno preso consistenza dalla rilettura del Simposio di Platone e del Doppio sogno di Schnitzler: «Non ho seguito tanto la loro dimensione psicologica, quanto la loro interiorità in una realtà conflittuale, che evidenzia le difficoltà nei rapporti di due coppie».

E quella più eclettica, composta da Plato, non a caso, e da Serena, potenzialmente infedeli secondo gli schemi mentali, raggiunge un equilibrio.

La tensione erotica tra le pagine non è dipesa dal suo vissuto, ma è stata ricercata: «Tutto è stato sdoganato e sminuito alla fisicità. Spesso canoni e istituzioni, così il matrimonio, rispondono in modo limitato alle nostre esigenze. Oggi si passa una parte della vita con una persona… e poi si cambia, instaurando rapporti che non siamo in grado di definire. Berlino è forse un contesto dove si riesce a essere se stessi più facilmente, con più semplicità rispetto alla società italiana, e persino a quella tedesca».

Quindi ciò che conta sono passione e maturità reciproca, nonché accettarsi per ciò che si è. E l’autore, a breve in presentazione a Bruxelles, non si è preoccupato di raccontare una storia a ogni costo, di renderla verosimile, bensì di trasmettere con la purezza delle immagini le emozioni che lo hanno cambiato.

Matteo Bianchi

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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