Alfonso rispose alla sua Lucrezia in codice cifrato
Ora è stata trovata anche la lettera del duca Tante novità nei segni rispetto al primo testo
A tre mesi dal comunicato sulla lettera svelata di Lucrezia Borgia - mentre, con la consulenza del professor Marcello Aprile e della professoressa Diane Ghirardo, si curava nella sua veste definitiva il saggio per la rivista online Quaderni Estensi, a giugno 2014 e sempre nel prezioso Archivio di Stato di Modena -, usciva, insperata, la lettera di risposta di Alfonso I d’Este alla drammatica lettera in cifra della moglie Lucrezia, risposta scritta con lo stesso protocollo ed alcune interessanti novità.
Se n’è parlato davanti alle telecamere di Rai Storia e ne stiamo tuttora approfondendo alcuni aspetti paleografici e storici, prima di una pubblicazione integrale e opportunamente commentata in un saggio dedicato. Intanto, diamo adviso (come direbbe Lucrezia) su alcuni elementi che paiono già adeguatamente controllati, allo scopo di divulgare in modo più compiuto alcune importanti informazioni a un anno dalla prima scoperta.
Prima nota. Il primo elemento rilevante di questa missiva è la sua esistenza: il fatto, cioé, che sia stata scritta utilizzando quello stesso cifrario. La lettera cifrata di Lucrezia, dunque, non è sola nell’universo archivistico estense. La presenza di una seconda missiva con lo stesso protocollo segreto, di per sé, consolida il rilievo della prima; il fatto che non sia dovuta alla stessa autrice, ma al suo corrispondente, completa il cerchio epistolare in ogni senso. Dal punto di vista criptografico mostra la bilateralità nell’utilizzo del cifrario, da quello storico attesta che la missiva di partenza ha raggiunto il suo scopo: il duca ha saputo della grave situazione determinatasi a Stellata, con il superamento del Po da parte dei veneziani che rischia di tagliare in due il ducato estense, e sta correndo subito ai ripari. Last but not least - non per noi, perché avevamo maturato già in altri modi il convincimento di aver interpretato correttamente il testo di Lucrezia - la missiva di risposta contiene vari riscontri alla prima: data, perdita di Stellata, staffetta (termine scritto in chiaro e con entrambe le doppie), Nicolò d’Este (con la finale in ‘i’, congetturata in ‘e’ nella prima lettera per l’erosione del margine destro), il significato di alcuni simboli presenti una sola volta nella prima missiva, vale a dire quelli indicanti la ‘x’ e la ‘z’.
Oltre ai riscontri di cui sopra, dunque, il sistema criptografico presenta alcuni elementi di novità che forniscono lo spunto per altrettante riflessioni. Le doverose cautele ermeneutiche, nell’interpretare lo scritto di Lucrezia, erano state ampiamente onorate con elementi linguistici nei vari piani morfologici, grammaticali, sintattici, semantici, e poi con i controllati aspetti geografici e storici. Si sapeva, dal Sanudo, che il duca Alfonso l’8 ottobre 1510 (quando, dopo il tramonto, Lucrezia apprende le cattive nuove e spedisce la sua lettera) aveva recuperato Cento, personalmente o tramite i suoi condottieri. Lo troviamo nella non lontana Mirandola il 9 ottobre, da dove manda alla moglie la risposta rassicurante. Il nome del parente di cui chiedeva notizie Lucrezia è coerentemente iotacista anche nel titolo: “messeri Nicolò da Esti”.
Le curiosità. Non mancano apparenti stranezze morfologiche (“vogla”, “mosteremo”, “miglore” e altro) che confermano come nella criptoanalisi non ci si può attendere la forma perfetta delle parole cercate, il ché rende ancora più ardua la ricerca dei significati sottesi alla scrittura in codice.
La lettera di risposta di Alfonso arricchisce il campione di simboli specifici per indicare le consonanti doppie, con buona pace di chi (magari storico di professione, come il professor Barbero intervenuto nel programma “Il tempo e la storia” del 20 ottobre 2014 su Rai3) immagina che il metodo per penetrare un sistema criptografico del ’500 sia quello di cercare nel documento “due simbolini uguali” (consecutivi...): forse, fosse stato così banale, un testo cifrato senza appigli non avrebbe resistito mezzo millennio a chissà quanti tentativi di comprensione.
Sembra poi ozioso stilare graduatorie di difficoltà fra la criptoanalisi della criptografia rinascimentale e quella degli attuali sistemi di protezione delle informazioni, poiché i due approcci alla codifica rispondono a esigenze diverse in contesti mutati. Nello specifico, alcuni problemi interpretativi non si superano con la sola tecnologia - di cui anche qui si è usufruito -, ma in modo mirato, selettivo e programmato.
L’uso di simboli ad hoc per rappresentare le doppie e, per converso, di almeno due simboli omofoni per ogni vocale aveva lo scopo di inficiare un approccio pedestremente statistico alla decriptazione di tali documenti segreti; anche l’impiego della potenza elaborativa degli attuali pc non permetterebbe di risolvere questi enigmi in tempi ragionevoli, senza ricorrere a un’utile ed essenziale integrazione con valutazioni di natura linguistica. Forme latineggianti o tout-court latine nella lingua scritta, scarso uso di doppie a nord della linea gotica, instabilità grafica, forme regionali tipiche come l’uso della ‘z’ sorda o sonora al posto delle consonanti palatali, uso indistinto degli stessi simboli per ‘u’ e ‘v’ erano caratteristiche attese e, in parte, sono state ritrovate nei due testi cifrati (Stelata accanto a Stellata, dicto, havere, havemo, tutavia, adviso, advisarà, meser, spazata per spacciata, stafeta, expectavomo, obtsaremo, epsi, tracto, il locativo Ferrarie, la data octavo octobris MDX, la firma Lucretia ducissa).
Le varianti. Questa lettera presenta alcune varianti grafiche caratterizzate da simboli più spigolosi o, se si vuole, meno tondeggianti.
Paradigmatico o emblematico il caso del simbolo raffigurante la ‘m’: nella lettera di Lucrezia è un cerchio con due archetti sui due lati in alto, da noi chiamato “testa di toro” (e simile al simbolo dell’omonimo segno zodiacale); nella risposta di Alfonso le linee sono meno incurvate, tanto da farlo somigliare a una ‘A’ maiuscola capovolta. Parole ed espressioni della risposta appaiono virili e vigorose: Alfonso era una specie di gigante alto e robusto, particolarmente competente nella costruzione delle nuove armi da fuoco, e nella battaglia fluviale di Polesella aveva dimostrato, con il fratello cardinale Ippolito, di avere anche grande acume tattico, colpendo e catturando le navi veneziane portate in alto dall’attesa piena del grande fiume. È vero che il suo ducato era quasi circondato e in parte invaso dai nemici, ma sapeva di poter contare sui potenti alleati francesi per contrastar le potenze confinanti. Leggendo quelle espressioni decise il nostro pensiero attuale va ad altre, al limite della censura e facilmente associabili, a una gestualità molto forte. È quello che ci vuole per rassicurare una giovane donna con due bambini piccolissimi e di salute malferma, superstiti di una lunga serie di gravidanze talvolta neppure portate a termine.
A proposito di francesi, ancor prima che arrivassero a Ferrara le truppe alleate comandate da grandi condottieri quali Gaston de Foix e Jacques Chabannes de la Palice, Lucrezia (alternando simboli diversi per le varie ‘e’) utilizzava un rarissimo francesismo nella frase “le galee non sure erano”: un aggettivo attestato solo un’altra volta in Italia, peraltro nella stessa regione (a Rimini) e meno di un secolo prima.
Il testo. Seguono alcune tra le frasi più importanti contenute nella risposta alfonsina, come ci piace chiamare questa lettera in analogia con la “addizione erculea” con cui si designa l’ampliamento urbanistico di Ferrara deciso da Ercole I d’Este, padre di Alfonso. Nel seguito sono in corsivo le parti in chiaro, in corpo normale quelle in codice e decifrate. Come si può notare dai brani riportati, quando non si cifrava l’intero testo si proteggevano comunque con il codice segreto frasi o espressioni più importanti e delicate. La lettera continua, dopo la data, con un P.S. di pari lunghezza.
“(…) Havemo inteso per la staffetta vostra ricevuta nel far del giorno quanto ne significate dela perdita dela Stellata et poi del'amico: non expectavomo altro dopoi la perdita de Ficarolo. Tutta via V. S. stia di bona vogla et non dubiti perché presto saremo lì et grossi in modo che obstaremo ali inimici et li mosteremo il volto, ni epsi inimici ponno (…) venire a trovare voi et noi ad uno tracto, et se veniraunnuo li risponderemo et mosteremo il volto. Messeri Nicolò da Esti non havemo ancora visto. A V. S. ci raccomandamo, Mirandole 9 octobris 1510”.
Alfonso, dunque, per rincuorare la moglie teorizza anche una strategia del tipo Divide et Impera in chiave difensiva. Seguono alcune disposizioni più operative e sempre improntate alla fiducia nelle capacità di governo di Lucrezia.
“Per quanto scrive Matteo Mazone la ill.ma Signoria Vostra proveda per quello miglore modo li parerà ad ciò non segui tra loro discordia. V.ra S. facci dire a mes. Antonio de Constabili che subito faci aconciare la via de la torre del Fondo et faci presto (…) intra tanto saremo lie et state vigilanti. A V. S. item ni raccomandiamo”.
Come si può notare anche dalla seconda parte della lettera, emerge nettamente la piena collaborazione tra i coniugi nel governo del ducato, con Alfonso che delega alla discrezione di Lucrezia la scelta della migliore soluzione, ad esempio, per mantenere la concordia tra alcuni collaboratori. Questi comportamenti, che scaturiscono da una piena intesa, sono tanto più illuminanti in quanto si rilevano da lettere destinate a rimanere segrete e quindi verosimilmente improntate alla più grande schiettezza. Averne rivelato il contenuto nascosto ha giovato a una rivalutazione della loro figura: di lei e indirettamente di lui che l’aveva sposata e l’amava.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google
