La tragedia familiare e la Casa del Boia piomba nel silenzio
Seconda puntata del racconto Il concerto degli angeli in esclusiva per i nostri lettori dello scrittore Stefano Bonazzi, autore per Newton Compton. “Dentro la Casa del Boia c’era quel tipo di...
Seconda puntata del racconto Il concerto degli angeli in esclusiva per i nostri lettori dello scrittore Stefano Bonazzi, autore per Newton Compton.
“Dentro la Casa del Boia c’era quel tipo di silenzio che solo i luoghi imbottiti dal tempo riescono a mantenere. C’era anche tanta polvere del resto, l’aria sembrava quasi più fosca della nebbia esterna, foderata di quell’odore di muffa umida che impregnava e solleticava le narici come gli armadi dei nonni.
Papà era riuscito ad avere le chiavi dal responsabile dei beni culturali di Ferrara. Lui, in quanto cittadino onorario, non aveva dovuto insistere molto, in fondo lo sapevano tutti che presto quel ruolo gli sarebbe spettato di diritto. Per i ferraresi, nostro padre era un ‘nome grosso’, dicevano avesse portato lui la musica colta nella nostra piccola città borghesi di mangia-salami e da anni ormai impiegava puntualmente il suo posto fisso alla cattedra di teoria e solfeggio del Conservatorio.
Fu proprio nel momento esatto in cui pronunciò le parole ‘l’acustica è perfetta’, che alle nostre spalle mamma cadde in terra. Crollò senza urla, crollò senza implorare aiuto, crollò nel modo in cui si crolla davanti ai mali che non si possono combattere, nel semplice silenzio.
Quando Jacopo si voltò, mamma se ne stava tutta storta, ammassata su quel terreno in cui tanti prima di lei si erano accovacciati a morire, solo che lei non era morta. Teneva gli occhi spalancati e quando mio fratello vi si avvicinò meglio, disse che i suoi muscoli parevano vibrare in una maniera sottile ma percepibile, come le corde della sua viola durante gli arpeggi. Mamma era diventata una viola, mamma era diventata uno strumento, uno di quelli più inutili.
Il lutto, nelle famiglie perbene, si affronta nella discrezione ma le disgrazie invalidanti richiedono una compostezza ancor maggiore.
Da quel giorno Villa Boiatti piombò nel silenzio. Le imposte sempre incrociate, le luci soffuse, i parenti solo se necessario, gli ospiti ancor più raramente. Mamma richiedeva attenzioni continue, ma papà non volle assumere nessuno, voleva occuparsi lui di tutto. Le medicine da iniettargli, il cibo, persino il cambio dei pannoloni.
Quanto impiega un disagio a diventare ossessione?
Per papà, mamma non divenne mai una vera ossessione, piuttosto divenne un’incombenza, ma niente di così grave da poterlo distogliere dalla sua vera ossessione. La musica. Per noi tre sarebbe anche andata bene così, anche noi amavamo la musica, più di ogni altra cosa. Specie ora che di mamma restava solo quello schiocco secco e un gorgogliare di saliva”.
Stefano Bonazzi
2, continua
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