La Nuova Ferrara

Franca, la donna-madre che viveva per le sue ‘opere’

Franca, la donna-madre che viveva per le sue ‘opere’

Alla Galleria del Carbone la prima mostra ferrarese dedicata alla Venturini La gioia delle cinque figlie: «Per lei plasmare la terracotta era come partorire»

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Alcune maternità, due lottatori, vari ritratti di bambine dipinti sulla tela o plasmati nell’argilla. Sono qui sui tavoli del grande salone dello storico Palazzo Fantuzzi a Ferrara. Il sole le accende e le scalda entrando di taglio dal cortile. Quella stessa luce naturale che le ha viste nascere dalle abili mani di Franca Venturini (1926-2009). Le ammiro e le fotografo in anteprima, prima che vengano trasportate alla Galleria del Carbone, dove domani si inaugura la mostra “Franca Venturini - opere dal 1941 al 2004”. A cura di Gianni Cerioli, la mostra rende omaggio a un’artista ferrarese (moglie del noto storico Luciano Chiappini, 1922-2002), per la prima volta.

Per scelta dell’autrice stessa: «La mamma non ha mai voluto esporre a Ferrara, perché era schiva, perché l’arte per lei era un percorso di conoscenza interiore, di verifica continua, ma non fine a se stesso. Un modo, per urlare la sua ribellione alle ingiustizie». Mi spiegano così, quasi all’unisono le sue cinque figlie, Alessandra, Laura, Chiara, Anna e Cecilia, oggi stimate professioniste, che incontro per parlare della mamma e di quel suo «fuoco bruciante dell’espressione artistica, che gli ha condizionato la vita, nel bene e nel male. Non è stato facile conciliare la vocazione artistica ed una famiglia impegnativa come la nostra. Però Franca ci è riuscita. Ha sacrificato l’arte per noi, ma non l’ha mai mollata, magari lavorando di notte. Disegnava dappertutto, anche nell’ambulatorio del dottore, in tutti gli angoli possibili, per alimentare questo fuoco che era costretta a ridimensionare a fiammella».

Una passione precoce. In mostra ci sarà un’opera realizzata già a 14 anni, un cartellone pubblicitario. Franca utilizzava preferibilmente tecniche miste, senza preclusioni, anche il rosso sugo di un pomodoro trovato sul tavolo di cucina poteva essere inserito nella tavolozza.

Solo a metà anni Settanta riesce a ritagliarsi uno studio tutto suo, sempre all’interno del palazzo dove ancora oggi abitano le cinque sorelle e una nipote, con le relative famiglie. Il suo spazio, dove poter esprimere quella sua ribellione sempre sotto pelle contro le ingiustizie, contro ogni forma di prevaricazione, specialmente quella di genere, la presa di distanza da una certa immagine della chiesa cattolica raffigurata nelle imperiose prospettive di cardinali, nei simboli del potere ecclesiastico lontano dalla pastorale e dagli ultimi. Una ribellione che però riusciva a esprime creativamente e che poi è sfociata nella sua produzione più corposa: le Maternità. La donna-madre, un inno alla vita, «Ci ha partorito e fatto sentire uniche. Per lei ognuna di noi era un capolavoro. Ha continuato a plasmare la terracotta come partorire. I visi nelle sue opere ci assomigliano. Una fertilità allungata nella terracotta». Le figlie sono orgogliose della mamma artista che ha disseminato le sue creazioni per il mondo, senza badare alle quotazioni del mercato, anzi, tante volte le ha regalate a persone sconosciute, magari solo per un moto di empatia e di condivisione.

Andrea Samaritani

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