La Nuova Ferrara

il racconto di bonazzi - quarta puntata

Sotto l’occhio di mamma continuano le prove dei tre angeli

Questa sera alle 20.30, al Museo civico di Storia Naturale (via De Pisis 24), si terrà un incontro operativo di condivisione su azioni in atto e da attivare sul territorio ferrarese per la sua...

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Ecco la quarta puntata in esclusiva per i lettori della Nuova Ferrara del racconto intitolato Il concerto degli angeli, scritto dall’autore ferrarese Stefano Bonazzi, che ha pubblicato romanzi per la Casa editrice Newton Compton.

“Anche noi eravamo sicuri che mamma fosse cosciente. Bastava guardarla in quell’occhio, uno dei pochi organi rimasti immuni dalla paralisi. Il destro si era socchiuso durante la caduta e da quella posizione non s’era più mosso, ma il sinistro lo teneva sempre sgranato, la pupilla bianca e la cornea esposta come l’occhio accusatorio di un bovino appena squartato. Batteva quell’unico ciglio in continuazione per tenerlo umido e vigile, all’altro invece pensavamo noi, una goccia di collirio ogni due ore.

Quell’occhio si muoveva in continuazione, scrutava noi, la casa, il posto in cui posizionavamo la carrozzina in cui giaceva il suo ormai inutile corpo che con il passare dei mesi diventava sempre più ingombrante, gonfio e sudato. Il suo unico, ultimo, sottile legame con la realtà non la smetteva di fissarci e ormai quella sensazione di continuo osservare s’era diffusa in tutta la casa.

Ma l’occhio non era la cosa peggiore di mamma. No, quello era solo un dettaglio.

La cosa peggiore era la bocca. Ne era rimasta sana solo un angolino e, ad ogni respiro, si formava come una sorta di schiocco tra la lingua e il palato, subito seguito da una specie di gorgoglio sommesso. Forse era proprio mamma che cercava di aspirare la saliva in eccesso per non rischiare di affogare o forse era qualcosa che s’innescava da solo, un ingranaggio avariato in corpo da rottamare che procedeva per tentativi.

I primi giorni non vi facemmo troppo caso, eravamo presi ad accudirla e ciò bastava a riempirci le giornate. Ma con il tempo, quello schiocco secco, ogni minuto della giornata, puntuale come il respiro, iniziò a farsi molesto e riconoscibile, echeggiando per le stanze silenziose.

Da fastidio superficiale si trasformò presto in un’ossessione collettiva. Quello schiocco interferiva con il battere del metronomo, era qualcosa di troppo stonato, anormale ed acuto per essere coperto dai nostri strumenti. Nemmeno quando suonavamo tutti assieme riuscivamo ad affogare completamente quell’irritante rumore. Era così fastidioso, così poco armonico.

A papà era nata quest’idea del concerto e come imparammo presto, se un’idea nasce nel silenzio di un dolore, quest’idea non può che diventare qualcosa di vorace e cibarsene.

Papà non la smetteva di ripetere che eravamo dei prodigi, ce lo inculcava ogni giorno e ogni notte quella convinzione si scavava angoli segreti nei nostri sogni, li plasmava con l’urgenza di un vuoto da colmare, il suo.

Perché lui ormai non c’era più. Troppo assorto nelle sue note, troppo impegnato ad ottenere i permessi, stringere le mani più influenti, organizzare i dettagli pratici perché tutto, quel giorno, il giorno del concerto, potesse essere perfetto. Ferrara ci sarebbe stata debitrice, saremmo entrati nella storia della cultura Estense e non ci sarebbero stati più silenzi ad accompagnarci, soltanto applausi.

Ma c’era ancora molto lavoro da fare. Papà era un perfezionista, papà non era mai soddisfatto.

Nel frattempo, il dottore e la signora Teodora erano diventati ospiti fissi dei nostri pomeriggi. Stregati dalle note e dai nostri angelici visi… se solo non ci fosse stato quell’orribile schiocco in sottofondo, così stonato, così disturbante.

Clop… clop… clop”.

Stefano Bonazzi

4, continua

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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