Paolo Volta, un artista che si è messo a totale disposizione dei colleghi
Ha conosciuto la moglie Lucia all’Accademia di Belle Arti, è un infaticabile organizzatore di mostre «Nei miei quadri c’è l’amore per Ferrara, le sue case, i suoi palazzi che identifico con le persone»
di ANDREA SAMARITANI
L. e tele accatastate sono tante, appoggiate per terra e impilate sugli scaffali. Non c’è un ordine apparente. Non ci sono poltrone o sedute comode. Quella di Paolo Volta non è una stanza d’arte arredata per essere visitata, è uno studio che risponde alla impellente necessità di dipingere quando arriva l’ispirazione. Forte come un vortice. Irrefrenabile come un uragano.
Lo studio è l’ultima stanza che mi ha fatto vedere, e solo al termine del nostro incontro, perché è uno spazio intimo e estremamente funzionale solo alla pittura. E basta. «Vengo qui quando sento l’urgenza di dipingere, dev’essere tutto pronto, non mi interessa che le cose siano a posto, mi interessa che i colori, i pennelli e la tela ci siano. Punto», mi dice Paolo. È qui che prendono corpo e colore le sue visioni di case, abitazioni, musei e castelli, che si fa fatica a identificare, perché sono sghembi, scorciati, deformati. Facciate di case trasfigurate, ma fortemente umanizzate. «Nei miei quadri c’è l'amore per Ferrara, le sue case, i suoi palazzi, solo che io le identifico con le persone. Mi innamoro di edifici che vedo girando in bicicletta per la città, mi soffermo sui segni delle famiglie che ci hanno abitato, a mio modo sento le voci di chi ci ha abitato. Certi territori parlano a chi è in grado di vedere e capire», mi racconta Paolo.
Il suo inizio pittorico era rivolto all’archeologia industriale, alle fabbriche dismesse, simili alla raffineria costruita dai tedeschi dove aveva lavorato nonno Raffaele. Poi sono stati i fienili ad attrarlo, per «la loro instabilità, il fascino dei molti fienili che oggi non ci sono più. Suggestivi al punto che mi fanno dire: la mia Marylin è un fienile!».
Nei suoi quadri le case si piegano, si deformano, cercano di liberarsi dalla fissità metafisica praticata dallo zio Antenore Magri, famoso pittore del ’900 ferrarese. Paolo lo cita sempre nei suoi quadri, gli rende omaggio, ma a modo suo: le sue case escono dalle forme fisse, si librano, in un gioco fluido, come in un simpatico cartone animato.
Delinea prospettive allucinanti, dove però ci sono sempre delle fughe prospettiche, che lasciano una via d'uscita all'occhio dell'osservatore.
Ma i suoi quadri non sono tanti, dipinge quel tanto che gli basta. Sono convinto che nella sua testa ci siano tantissime altre tele da impostare, già pensate e ideate, ma non realizzate. Sono convinto che ha già in mente la produzione che seguirà la serie attuale, ma non la concretizza perché deve soddisfare quell’altra sua componente fortissima: il piacere di organizzare mostre, tante, infinite, per altri, per gli artisti di Ferrara, gli artisti del mondo, per proporre mostre collettive a tema, per raccogliere e raccoglierci continuamente nell'agorà dell’arte, nel convivio festoso di un vernissage!
Nell’album fotografico del suo profilo Facebook lo si può vedere in versione pattinatore, ciclista, scultore, intrattenitore, mai con il pennello in mano, sempre in movimento.
Forse la definizione che più gli si aggrada è quella del direttore d’orchestra, che mette in riga le opere degli altri, meglio se in mostre collettive da dirigere, appunto, come un “maestro delle armonie”. Appena può porta in giro i suoi artisti per l’Europa, in prestigiose gallerie internazionali. Va spesso a Ca’ Cornera sul Delta del Po, da Paolo Gasparetto e Antonella Bianchi con Laura Gavioli, per portare l’arte nel confine fra la terra e il mare.
Saliamo in casa, dove in salotto incontriamo Lucia Boni, sua moglie. Siamo nella casa dell’infanzia di Lucia, in una zona di Ferrara, fuori le mura, nella quale i nomi delle vie evocano gli alberi da frutto, in quella che oggi è ancora Ferrara, mentre una volta era già campagna.
Paolo e Lucia, dopo aver frequentato il Dosso Dossi, si sono iscritti lo stesso giorno all’Accademia di Belle Arti di Bologna, nel ’69, Paolo a pittura, Lucia a scultura. Si sono fidanzati nel ’72, nel ’76 si sono sposati. Sceneggiatura perfetta per un film d’amore che ha per soggetto una coppia di artisti.
Negli anni dell’Accademia, tutte le mattine partiva da Ferrara in treno per Bologna con il gruppone dei ferraresi che oggi sono insegnanti e/o artisti affermati: Maurizio Camerani, Giorgio Colombani, Anna Maria Bertoni, Riccardo Fantini e Mara Sitti, solo per citarne qualcuno, l’elenco è davvero lungo. Paolo e Lucia in quegli anni erano con loro, con il gruppo di ferraresi a Bologna, condividevano gli studi, le sperimentazioni e il clima della contestazione.
Il direttore della cattedra di pittura era Pompilio Mandelli, che aveva come assistenti Vittorio Mascalchi e Maurizio Bottarelli. Il ferrarese Gianni Vallieri è stato il loro docente di disegno dal vero e di figura.
Paolo così mi racconta la sua folgorazione per l’arte: «Nella casa degli zii, sentivo il profumo dello studio senza finestre di Antenore Magri, in via Granchio 2 (attualmente sede dell’Hotel residenza di charme di proprietà della famiglia Cavallini-Sgarbi. Nelle stanze dove Ludovico Ariosto ha scritto l’Orlando Furioso), dove era forte il profumo dell’olio». Di recente Lucia, sempre affascinata da questi racconti in casa Volta e Magri, ha così descritto quelle atmosfere dell’atelier: “Lì il paesaggio resta, come in attesa di tornare a vivere, essenziale e rarefatto, nello spazio di pochi tratti, perché possa donarsi agli occhi, quasi come preghiera. Forse il modello ambito è quello della pittura di Giotto, che Antenore ha amato, l’albero non può essere che invernale, per rivelare la sua intima essenza, le montagne hanno le sembianze vulcaniche più vicine alle loro origini, i cieli più facilmente notturni, perché vi sia contenuto, se possibile, l’infinito”.
Lucia ama la poesia e si cimenta nell’arte dell’intreccio dei linguaggi. Lavora nello staff del “Laboratorio delle Arti” dall’83 , servizio del Comune di Ferrara voluto da Luigi Davide Mantovani e sostenuto da Franco Farina. Ora ha sede nella “Casa Rossetti” e nelle aule didattiche della scuola De Pisis, diretto da Donatella Mauro.
Il laboratorio è la sua vita, dove sperimenta nuovi approcci per la didattica dell’arte, insieme a Isabella Guidi e Rita Zabini, utilizzando di volta in volta strumenti e materiali diversi. In realtà la materia che più la attrae è la terra, che come mi spiega «Non è solo il materiale dei bozzetti per future sculture. La trasformazione della terra è una filosofia esistenziale, immensa e affascinante». Affascinanti le parole scritte nei libretti poetici di Lucia che si mescolano alle ricerche pittoriche di Paolo. In un connubio di arte e vita, che continua inossidabile da oltre quarant’anni.
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