Silenzio, poi applausi sempre più intensi Battiston emoziona
DI FABIO ZIOSI. In “L’invenzione della solitudine” di Paul Auster per la regia di Giorgio Gallione, andato in scena per la stagione di prosa al Teatro Abbado, “l’alto coinvolgimento” c’è stato senz’al...
DI FABIO ZIOSI. In “L’invenzione della solitudine” di Paul Auster per la regia di Giorgio Gallione, andato in scena per la stagione di prosa al Teatro Abbado, “l’alto coinvolgimento” c’è stato senz’altro. È emblematico l’applauso finale: dopo alcuni istanti di silenzio i battiti delle mani si sono fatti sempre più intensi e convinti non tanto per la coinvolgente recitazione di Giuseppe Battiston, ma “rallentati” per l’intensità del tema trattato senza la minima concessione alla nostalgia, alla retorica, tutto incentrato sul dolore. Un dolore doppio del figlio che ripercorre la vita del padre dopo la sua morte e quella dello stesso personaggio che diventa a sua volta padre e soffre della separazione dal figlio, dopo la disgregazione della sua famiglia. La scena scarna e essenziale fatta di cappotti neri gettati per terra assieme a numerose scarpe appartenuti al padre, pochi mobili rivestiti di plastica nera e poi il gigantesco specchio obliquo aggettante, incombente su attore e platea. Battiston “entra” nella sua storia facendo ingresso dalla platea e dalle prime parole si capisce la sua angoscia: “Un giorno c’è la vita. Per esempio un uomo sano, neanche vecchio, senza trascorsi di malattie. Poi, d’improvviso, capita la morte. Un uomo esala un leggero sospiro, si abbandona sulla sedia, ed è la morte. Restiamo soli con la morte, col dato inoppugnabile della nostra mortalità. La vita si fa morte, ed è come se quella morte avesse sempre posseduto questa vita da sempre”. Ed è in quella stanza che contiene oggetti paterni che i sentimenti riaffiorano squarciando verità assopite o nascoste. Dalla scatola di cartone escono le foto e i ritagli di giornale che finalmente svelano il dramma paterno mai raccontato: il nonno fu ucciso dalla nonna, davanti al figlio di otto anni, un segno indelebile che ha solcato tutta la vita. Storie di padri e figli che si intrecciano e che si scambiano i ruoli davanti ad uno specchio che riflette immagini di storie vecchie e nuove. Battiston mentre recita raccoglie le scarpe una a una e così anche i cappotti e li infila in un grande baule ed è come se raccogliesse brandelli di vita, che sia sua o quella del padre o quella dell’amatissimo figlio Daniel, non cambia il senso.
Un “uomo invisibile agli altri e forse anche a se stesso” di cui ha sempre cercato l’affetto e Battiston ad un certo punto urla: “Avrei voluto sentirlo dire almeno una volta che gli importava di me, che mi dicesse, ricorda quanto ti amo”. Ma anche lui ha la sensazione di non essere stato un buon figlio e neanche un buon padre. Per uscire da quella camera - e da quella trappola - il solo modo è quello di raccontare la storia, di scrivere: “È stato, non sarà mai più, ma tu ricorda”. È questo il messaggio al piccolo Daniel, oppure a se stesso.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google