La Nuova Ferrara

tra tasso e bastianino

Con il dipinger disgiunto la poesia è colore

di GIANNI VENTURI
Con il dipinger disgiunto la poesia è colore

Alla ricerca delle relazioni fra lettere e pittura Così andava di moda (e polemica) a fine ’500

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di GIANNI VENTURI

Nell’ottobre del 1575 Torquato Tasso invia una lettera, tra le più importanti da lui scritte, al protettore e amico Scipione Gonzaga, il futuro cardinale della potente famiglia mantovana e autore, negli anni della giovinezza di non dimenticabili versi letti nella padovana Accademia degli Eterei dove incontra e stringe amicizia con il giovane Tassino.

A Scipione Gonzaga il Tasso si rivolge in quell'autunno del 1575 per sollecitare giudizi (e forse lodi) e per rassicurarlo sul gran lavoro di pulitura intrapreso, invitandolo a leggere i canti finali del poema.

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Certo, nel mondo delle corti e delle Accademie di fine Cinquecento non era facile scalzare il primato dei poemi cavallereschi dove il maraviglioso rappresentava il nerbo della vicenda: foreste incantate, maghi, sortilegi, amori e avventure certamente non in linea con quel verisimile che il poeta poneva alla base del suo nuovo poema.

Si trattava di una questione di stile, e per scrivere quel nuovo poema che il Tasso teorizzava e creava in quegli anni, era necessario inventarne uno che esprimesse la magnificenza e la grandiosità propria al poema classico, ricorrendo all'autorità degli antichi e di quei moderni che, interpretando Aristotele, per primi ne avevano riconosciuto la forza esemplare.

Così nella lettera a Scipione Gonzaga Torquato scrive: Non so se vostra Signoria abbia notato un’imperfettione del mio stile. L’imperfettione è questa: ch'io troppo spesso uso il parlar disgiunto, cioè quello che si lega più tosto per l'unione e dependenza de' sensi, che per copula o altra congiunzione di parole.

Il parlar disgiunto dunque si propone come un discorso poetico privo di legamenti, siano essi le copule o altre forme di congiunzione, un discorso quindi franto, ardito, paratattico, e in un certo senso oscuro che impegna il lettore ad affidarsi più ad una lettura concettuale o, come interpreteranno i pittori che se ne avvarranno, secondo l'ipotesi di Andrea Emiliani, tutta giocata sulle sinestesie ovvero la mescolanza di esperienze affidate a sensi diversi, quali la musica, la pittura o altro.

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Il parlar disgiunto crea effetti particolarmente franti e scanditi e se questa è l'imperfettione che Tasso denuncia, tuttavia è anche vero che poco più innanzi nella stessa lettera quella imperfezione è vista come una virtù. Quel che importa sottolineare è che la costruzione stilistica che ne deriva, dal Tasso assimilata all’“arena senza calce”, come scriveva Ezio Raimondi, è sicuramente vicina al parlar teatrale, corripondente alla segreta attenzione del poeta ad una specie di rappresentazione scenica dei sentimenti che la Gerusalemme voleva figurare e che offre, attraverso il nesso non più della copula ma dei sensi ovvero dei concetti che sottendono il discorso, uno dei modelli retorici più arditi e nello stesso tempo più poetici della nuova maniera epica. Questa aspirazione ad una poesia dettata dal "parlar sciolto" o disgiunto, per Carla Molinari sensibilissima esegeta del Tasso, poteva benissimo, in nome della legge contraria affidarsi anche al polisindeto, cioè all'accumulo delle congiunzioni che nell'abilissimo gioco metrico e retorico della costruzione dell'ottava tassiana tendeva a creare quell'aura di magnificenza, di discorso oscuro e franto ritenuta necessaria alla grande poesia epica e tragica. E questa sperimentazione di un' ottava così complessa e difficile in cui l"inarcatura" (cioè il discorso logico e retorico) come una specie di ponte prosegue nelle ottave successive, si organizza con l'uso della disgiunzione e della connessione ottenendo spesso quell'effetto di tarsia "il riempire per brevità di parole, le stanze (in questo caso le ottave) di concetti che non hanno necessaria continuazione con le cose dette e da dirsi", che Galileo così aspramente rimproverava allo stile tassiano. In questo senso l'opera chiave da confrontare e da far dialogare con il grandioso Giudizio Universale del Bastianino nel catino absidale della cattedrale di Ferrara sarà sicuramente quella offerta dalle opere tarde di Michelangelo ma soprattutto dal pittore che più influenzò Bastianino: vale a dire Tiziano. È stato possibile in anni non lontani mettere a confronto le suggestioni tassesche del parlar disgiunto con le intersezioni e i rapporti dei pittori del "parlar disgiunto": , Tintoretto, Bastianino, Bassano, Schiavone, Annibale Carracci, Barocci, e l'illustratore del Tasso, Il Monio, e ora, dopo qualche anno, proprio qui sotto la volta della straordinaria opera del Bastianino verificare se e come la teoria del "parlar disgiunto" fosse stata accolta da quei pittori di area padano-veneto contigui anche cronologicamente alla teoria tassiana.

In questi anni tra il 1570 e il 1580 sembra dunque che la teoria dell'arte attenta allo sviluppo delle novità apportate dalla prima tra le arti sorelle, ovvero la poesia, si pieghi e si interroghi sulle possibilità insite nella luce che, come il parlar disgiunto in poesia, conduce ad una sintassi pittorica affidata ai legamenti dei sensi che creano sinestesie, quasi che il dominio assoluto del disegno, proprio della tradizione toscana e dell'Italia centrale cedesse il posto alle ragioni venete ed emiliane del luminismo e del colore-luce che costruisce e s'impalca - quasi "arena senza calce - E così il Tasso riconoscendo al Bastianino la complicità della nuova teoria dedica nel 1581 un sonetto A messer Bastianino dipintore eccellente che così inizia: Tu che le vere cose altrui colori e le famose per antiche carte pittor, fingesti con sì bella arte. Un'arte bella costruita sulla compartecipazione della teoria del "parlar disgiunto" che nella volta bastianinesca diventa un dipinger disgiunto.

. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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