La Nuova Ferrara

l'intervista

"Ho cercato il senso della vita nelle parole"

di Matteo Bianchi
"Ho cercato il senso della vita nelle parole"

Roberto Vecchioni si racconta presentando il suo romanzo "Il mercante di luce"

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«Forse non lo sai, ma pure questo è amore», cantava Roberto Vecchioni nel ’78 senza peli sulla lingua. E la sua radicata onestà intellettuale risplende decisa anche nell’ultimo romanzo, Il mercante di luce (Einaudi), presentato questa sera a Occhiobello per la rassegna “Parole d’autore”. Il buio che a volte tenta di avvolgere l’animo dei due protagonisti, padre e figlio, Stefano e Marco Quondam, viene allontanato dalla loro spinta a condividere le emozioni e i sentimenti di tutti i giorni. Un chiaroscuro in cui i difetti del reale possono essere superati insieme, ma con consapevolezza reciproca; in cui si staglia lo spirito del cantautore da Don Chisciotte, che «ha combattuto il cuore dei mulini a vento…»

Professore, con le parole si è sempre fatto carico e, al contempo, preso cura della vita. Perché?

«Perché non c’è altro di cui prendersi cura. Scherzi a parte, è questione di come la si interpreta, di come ce la raccontiamo. Come tentiamo di eluderla o di comprenderla. Ma non è manco merito mio, sono nato così… ho sempre pensato tutto dovesse avere un significato, almeno per il nostro animo, e l’ho cercato con parole e musica. La vita è un mistero talmente insondabile… oltre la filosofia, oltre le religioni, è quasi impossibile smettere di pensare che abbia un senso».

Quanto vale per lei la poesia?

«Va ben oltre cultura e società, tratta dell’uomo nella sua autenticità, com’è da sempre. Ecco, mai deve farsi superare dalla realtà per essere tale. Non deve farsi fregare. A proposito, sto lavorando con Bompiani a un’opera che le raccolga tutte: quarant’anni in versi».

E quella della classicità? Il passato salva paradossalmente il futuro?

«Sinceramente sì, è cominciato tutto da là. Il mercante di luce non è un romanzo d’amore, ma di passione straordinaria. Ed è un peccato che si dimentichi. andare a sondare il cuore dell’uomo, alla maniera di Saffo, è eterno: gli altri hanno solo copiato».

I personaggi sono emblematici: Stefano Quondam per certi aspetti è il suo alterego e spesso pare che viva più di fantasia che di realtà. È controproducente?

«È un tipo nuvoloso, che scarta due facce inaccettabili della realtà. Quella dell’affarismo, del bieco interesse, di un certo “faccendarismo” nonché, a fianco, quella di una gioventù inutile e annoiata, che si fa e si butta nel niente. E si tratta di realtà che occupano il 70-80% della nostra quotidianità».

Mentre Marco, il figlio, soffre di progeria: simboleggia una generazione già vecchia di pensiero o è precocemente saggio, alla Leopardi?

«Non è assolutamente vecchio di mentalità, anzi è già saggio. Non fa parte dei coetanei che si annullano, ma purtroppo non avrà il tempo di concepire l’esistenza. E qui ho inserito un’analisi brutale della situazione: l’antinomia, la contraddizione che in troppi buttino le giornate a disposizione, pur avendo l’opportunità di godersele. Viceversa, chi non ha più tempo riesce ad apprezzarle fino in fondo, come chi si ammala».

A quale eroe omerico si sente più affine?

«In queste pagine ho parlato male di Ulisse… ma ne ho parlato bene altrove. D’altronde, ha dato alla luce l’Illuminismo. Tuttavia l’ho contrapposto all’idealismo di Aiace Telamonio, che mi appartiene. I due rivendicano la coerenza e si scontrano sino all’ultimo con le ingiustizie».

Svariati sono i riferimenti più o meno diretti alla tragedia greca. E non solo. Ma il lettore non rischia di perdersi?

«Magari ho esagerato perché ne sono imbevuto, ma ho cercato di raccontarla in maniera accettabile, specialmente ai ragazzi. E ne ho avuto subito riscontro».

Martedì scorso è scomparso Gilberto Martellieri. Quale ricordo conserva dell’amico?

«Era un grande musicista per quanto incompreso. Aveva un carattere forte e costante, credeva in se stesso e non scendeva a compromessi. E forse è stata la sua sfortuna, ma soprattutto la marcia in più che lo ha condotto sul palco con grandissimi, tra cui De Andrè. Abbiamo suonato a lungo insieme e abbiamo condiviso tante serate divertenti».

 

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