La Nuova Ferrara

IL LIBRO

Alfonso I d’Este, le immagini e il potere

di MICAELA TORBOLI
Alfonso I d’Este, le immagini e il potere

La ricerca dell’eccellenza nel mondo culturale del Rinascimento ferrarese nell’ultimo lavoro scritto da Vincenzo Farinella

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di MICAELA TORBOLI

L'essenza stessa del mondo culturale estense era data da una ricerca assidua dell'eccellenza. I prodotti artistici estensi non necessitano, per essere capiti da chi li osserva oggi, di semplificazioni (da rifuggire, pena la caduta in un impoverimento di una banalità imperdonabile) perché sono composti di diversi livelli di ricezione, dei quali almeno uno del tutto sufficiente per garantire attenzione e che è dato dalla loro bellezza imperitura, con facile accesso estetico e comprensione a tutti, senza bisogno di mediazioni. I livelli successivi, più riposti, sono stuzzicanti da svelare: certo non si tratta di una gita facile e veloce, ma di una scalata impegnativa che però vale la pena mettere in programma. Chi ama le più alte vette della cultura apprezzerà il nuovo libro di Vincenzo Farinella, . Alfonso I d'Este. Le immagini e il potere: da Ercole de' Roberti a Michelangelo (Milano, Officina Libraria). È il risultato di più di dieci anni di ricerche approfondite, e conta ben 1.041 pagine. Si tratta insieme di una serie di nuove proposte unite ad un tentativo di armonizzazione degli studi "revisionisti" dell'ultimo venticinquennio, che hanno fatto emergere la personalità raffinata ed i gusti artistici straordinari del terzo duca di Ferrara (1476-1534), per lo più descritto, tanto da storici seri ma pigri e un po' prevenuti, che da autori di libri di serie b, come una specie di signorotto grezzo, ignorante e manesco, avvolto dai fumi delle spingarde che amava curare personalmente, schiacciato in questa posizione, anche nell'immaginario collettivo, dalla notorietà ingombrante di due dame ben più celebri di lui, cioè la fatale seconda moglie, Lucrezia Borgia, e la sorella marchesa di Mantova, Isabella d'Este, "la prima donna del mondo" nel Rinascimento. Gli studi sull'età alfonsina sono cresciuti in maniera disordinata, tanto da richiedere una disboscamento di visioni e letture anche dissonanti tra loro: la struttura aperta delle indagini di Farinella, quasi di taglio investigativo, reca una visione complessiva delle tematiche affrontate senza pretendere di dare una risposta ad ogni quesito posto dalla natura, volutamente straricca nei contenuti, delle opere d'arte alfonsine, ed anzi sollecitando ulteriori approfondimenti. Così, per fare un esempio, si può ampliare subito il caso del rivoluzionario San Sebastiano che il pittore più affine alla sensibilità di Alfonso I, Tiziano, stava preparando nel 1520 per inserirlo nel polittico destinato al nunzio apostolico presso la Serenissima, Altobello Averoldi. Il dipinto fu oggetto di trattative per arrivare invece a Ferrara dato che lo si giudicava sprecato per l'allora modesta chiesa bresciana dove sarebbe stato sistemato, la Collegiata dei Santi Nazaro e Celso (e il polittico vi si trova ancora, però l'edificio è ben diverso da quello che era nel 1520). Ma il duca, curiosamente, dopo attente meditazioni rinunciò al San Sebastiano che desiderava molto, per non fare “ingiuria” ad Averoldi, come dichiarò lui stesso. Questa premura verso il pur potente prelato, così strana per uno che non aveva paura nemmeno del papa, mi ha incuriosito. Farinella propone la possibilità che Alfonso I non volesse distrarre Tiziano dalla lavorazione di un altro dipinto commissionato, forse il sublime Cristo della moneta oggi a Dresda, e sembra un valido argomento anche se scatenerà un parapiglia tra gli studiosi che di solito datano questo capolavoro all'anno 1516, ma ci sarebbe anche un'altra possibilità. Nel 1509 il duca entrò nella Lega di Cambrai fondata contro Venezia, e la Repubblica gli requisì il palazzo sul Canal Grande che gli Estensi possedevano fin dal Trecento, attualmente noto come Fondaco dei Turchi. L'edificio venne donato, quasi a mo' di scorno, all'arcinemico estense, papa Giulio II, che l'aveva espressamente richiesto. Giusto nel 1520 il palazzo veneziano, passato a Leone X, fu affidato proprio ad Altobello Averoldi. Certo Alfonso I non voleva che Averoldi, piccato per uno sgarbo quale la ventilata sottrazione del San Sebastiano, provocasse con perfidia danni incalcolabili al delicato palazzo estense in laguna ed ai preziosi oggetti in esso contenuti. Sappiamo che le precauzioni del duca non evitarono il peggio. Nel 1527, tornati amici, i veneziani restituirono il maltolto ad Alfonso I, ma Averoldi non si schiodò, e invano l'ambasciatore estense Tebaldi insisteva ogni giorno perché facesse i bagagli: si dovette attendere la morte dello scomodo inquilino, alla fine del 1531, per riavere il palazzo (Jürgen Schulz, The New Palaces of Medieval Venice, The Pennsylvania State University Press, 2004, p.137), che però era ridotto malissimo e necessitò di costosi restauri. Anche in un segmento di storia minimo, come questo, si capisce quanto sia importante un metodo di studio che porta certezze e insieme apre a nuove ipotesi e stimoli alla ricerca, basati sopra un monumento bibliografico di 66 pagine al quale anche “la Nuova Ferrara” ha contribuito con un mio articolo del 2014. Ho cominciato il libro dall'appendice, per immergermi fin da subito nel clima giusto: qui infatti si trova un soave poemetto dell'età alfonsina firmato dal finalese Scipione Balbo, Pulcher visus (a cura di Giorgio Bacci), che descrive le amenità della delizia del Belvedere, una specie di smagliante piccolo Eden alle porte di Ferrara che fu distrutto per ordine papale allo scopo di erigere la Fortezza. La biografia di Alfonso I a firma di Marialucia Menegatti che segue il testo di Farinella serve per avere un quadro più generale, e magari andrà letta in parallelo ai capitoli dedicati a temi artistici dominanti. I nomi di Ercole de' Roberti e Michelangelo, posti in titolo, configurano due realtà di Alfonso: quella della presenza a corte di un artista nostrano che ne formò le preferenze, e quella del maestro osannato inseguito per ottenere qualcosa di suo da esibire. Su tutti gli argomenti del libro prevale l'indagine serrata ed un bilancio provvisorio degli studi sulle opere magistrali di pittura e scultura inneggianti al paganesimo che ornavano i Camerini di Alfonso I, ambienti privati in Castello di una sontuosità impareggiabile smantellati come bottino dai padroni/predoni che subentrarono agli Estensi. Da allora le magnificenze che li ornavano sono sparse in mezzo mondo, a Madrid e a Washington, a San Pietroburgo e a Londra, a Birmingham e a Mumbai. A Ferrara restano solo i muri dove erano ospitati questi tesori ed un nome inciso sull'architrave bifronte di una porta, Alfonsvs·dvx·iii·, quasi un monito a non dimenticare. In questo ci aiuta Vincenzo Farinella (con il supporto del suo impavido editore, Marco Jellinek di Officina Libraria: entrambi vantano qualche goccia di sangue ferrarese), che ricostruisce un Alfonso formidabile, dal gusto sicurissimo e moderno volto a creare a Ferrara una sorta di "nuovo antico" originale, un mecenate avido d'arte al pari della sorella Isabella che gli ricordava spesso «lo insaciabile desiderio» del bello che sentiva urgere in sé.

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