La Nuova Ferrara

il racconto di bonazzi - quarta puntata

Il grande successo del concerto e la mamma che non c’è più

Una volta provammo anche a chiuderla in bagno, durante la primavera la stipavamo nella terrazza, un giorno ricordo che Nicolò, preso da un impeto di rabbia, le scagliò un plettro nell’occhio. Voleva...

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Una volta provammo anche a chiuderla in bagno, durante la primavera la stipavamo nella terrazza, un giorno ricordo che Nicolò, preso da un impeto di rabbia, le scagliò un plettro nell’occhio. Voleva che la smettesse di fissarla in quel modo accusatorio, lo mandava in bestia il fatto che mamma sembrasse l’unica in quella casa ad essere immune al fascino delle nostre note. La signora Teodora ci disse che questo poteva avere una sola spiegazione, se la nostra era la musica degli angeli e lei questa musica non la sopportava più, mamma forse era diventata il male. Ci stavamo avvicinando alla data del concerto, il tempo per le prove era agli sgoccioli e i nostri volti ormai, avevano conservato ben poco di angelico.

Eravamo dimagriti, eravamo pallidi ed irascibili. Di giorno suonavamo fino a quando i muscoli delle braccia pulsavano di dolore e le dita sanguinavano. La notte poi non riuscivamo a prender sonno, perché c’era sempre quell’assurdo schiocco a scandire il tempo contro il tempo, a fissare un nuovo tempo, il tempo della pazzia. Papà restava sempre chiuso nel suo studio, non usciva nemmeno per mangiare. La signora Teodora gli portava panini, brodi e tisane poi tornava a pulire la bava di mamma. Se solo l’avessero portata altrove, se solo, qualcuno le avesse tappato quella maledetta bocca. Il giorno delle nostre ultime prove papà era uscito per un sopralluogo alla Casa del Boia, mancavano meno di ventiquattro ore al nostro debutto e lui non era ancora del tutto convinto. Quel pomeriggio eravamo soli in casa, dovevamo solo concentrarci, così ci aveva ordinato.

C’era quel passaggio, quel passaggio che pareva così facile sullo spartito, ma così ostico da suonare in perfetta sincronia. Andammo avanti ore su ore, eppure c’era ancora qualcosa che non funzionava e lo schiocco di mamma che non la smetteva di ricordarci che ormai eravamo agli sgoccioli.

Fui il primo a saltarle addosso, mi fiondai sul suo viso facendo ribaltare la carrozzina, mamma cadde all’indietro e il respiro si fece più veloce.

Clop, clop, clop.

Nicolò corse a prendere il cuscino, mentre Jacopo teneva bloccate le poche estremità che ancora riuscivano vibrare.

Clop, clop, clop.

Sapevamo entrambi che il corpo di mamma non tremava di paura, quelli erano spasmi d’entusiasmo, anche lei non desiderava altro.

Clop, clop.

Io restavo avvinghiato al suo busto, il cuscino schiacciato sul volto. È così facile quando non ci sono occhi a fissarti.

Clop. La signora Teodora affermò di non aver udito nulla di strano, nessun tonfo o rumore di ladri. Ci stavamo esercitando come tutti i giorni, quando Jacopo si accorse del rossore sul viso di mamma e corse a chiamarla. Quando entrò in casa ci trovò in lacrime, attorno al corpo finalmente immobile, gli strumenti ancora caldi alle nostre spalle. Il referto del medico parlò di attacco di cuore, abbastanza scontato nelle sue condizioni. Tutto si risolse nel giro di poche ore, c’era un concerto da organizzare, il più importante. Ne parlarono stampa locale e nazionale. Quella sera tutta Ferrara s’era radunata ad ascoltare la musica dei tre fratelli prodigio di villa Boiatti. Fu dopo la notte della nostra esibizione che La Casa del Boia venne ribattezzata in Porta Degli Angeli.

Suonammo musica per tre ore ininterrotte, i volti estasiati, immersi in una melodia finalmente perfetta. In prima fila, al centro, papà ci ammirava, il volto perso nell’estasi. Alla sua sinistra, la sagoma del mio piano si rifletteva sulle spesse lenti del medico, alla sua destra, sedeva la signora Teodora. Entrambi sorridevano beati per quella musica che in fin dei conti, era anche un poco loro.

Stefano Bonazzi

5, fine