«Velata meraviglia nelle sue parole»
Lo scrittore Marani racconta “La metà del letto”: i versi di Bianchi sono una conversazione con la vita
di DIEGO MARANI
L. a poesia de La metà del letto (Barbera Editore, 2015, pp. 128) si divide in due grandi tematiche, l’amore e il dolore. In entrambe la vena lirica di Matteo Bianchi rivela innanzitutto la sua spudorata gioventù. Una gioventù ovviamente inesperta, che prende per coltellate le prime punture di sentimento e sperimenta i primi lutti con la sorpresa attonita di chi comincia appena ad affacciarsi sul baratro del dolore umano. C’è sempre una velata meraviglia nelle parole asciutte, quasi parlate, di Matteo. La sua è a tratti una conversazione con la vita, a tratti un’invettiva. Cambiano gli interlocutori, le persone care, gli amici, gli amori, ma Matteo è alla vita che parla, in faccia, senza peli sulla lingua, con la spudorata spontaneità di un metro che si sente pensato a lungo, forse ripetuto a bassa voce nel buio di tante sere. Matteo non esita, non aspetta la mannaia, lui. Corre fuori a inseguire male, amore, delusione, speranza per le strade di una Ferrara che sembra essere stata appena evacuata. Qui non c’è tempo per esitazioni: l’altra metà del letto, quella vuota, non è sopportabile. La morte e la malattia vanno tirate sotto la luce della poesia e fatte a pezzi loro, finché ce n'è, finché fanno male. Questa e l'illusione e la forza di ogni gioventù che nei versi di Matteo corre radiosa e irruente cercando un finale, un ultimatum, una sentenza senza appello o una promessa che qui può solo essere mantenuta. Non c’è posto per i tradimenti nelle parole di Matteo. Qui c’è un patto fra chi scrive e chi legge, qui l’interpellato dovrà rispondere: della delusione che suscita, dell'amore che ha sciupato, del dolore che ha lasciato crescere come un’erba cattiva. Ma nascosta fra versi moderni e pieni di richiami sanguinettiani, nella poesia di Matteo serpeggia la squama di una malinconia tutta ferrarese, quel nostro drago interiore che a San Giorgio deve essere sfuggito e che non ha mai smesso di crescere sotto terra, ramificandosi fin dentro di noi. Nessuno ce lo vede addosso a guardarci, solo noi ferraresi lo sentiamo. C’è chi passa la vita a cercare di prenderlo per il collo, se almeno avesse un collo. Lo ha rincorso a lungo Govoni, rassegnandosi poi a lasciarlo scivolare via, nei canali della sua campagna. Ha cercato di placarlo Bassani, raccontandone sempre solo la scia che lascia passando e che la mattina troviamo lucente sui ciottoli delle strade, sull'erba piegata lungo i fossi. Matteo ogni tanto prova a sorprenderlo nel fango del dolore che tanto lo ripugna scagliandogli l’arpione di una parola vendicatrice. Con l’irruenza sfrontata della giovinezza, che ancora non può avere paura, ma che già tasta la sua impotenza. Di verso, in verso, Matteo scopre che la vita richiede compromessi e che a questo prezzo una felicità condizionale è possibile. Ma le sue sono parole che si guardano indietro e che a fine raccolta già rimpiangono la durezza dei primi versi. La rassegnazione non è una via praticabile. Se le poesie dell'inizio sono così piene di neve è proprio per questo. Solo coperta di bianco, invisibile agli occhi e all'anima, la nostra pianura è sopportabile. Speriamo sempre che dal disgelo emerga diversa, magari neanche più piatta e invece erta di cime, che porti anche noi in alto, via di qui e da questo drago.
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