La Nuova Ferrara

il racconto di diego marani - La 1ª puntata

L’amore per i treni del cameriere al bar della stazione di Ferrara

Importante esclusiva della Nuova Ferrara, che da oggi per alcune settimane la domenica pubblica a puntate il racconto L’uomo che perdeva i treni dello scrittore tresigallese Diego Marani, che...

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Importante esclusiva della Nuova Ferrara, che da oggi per alcune settimane la domenica pubblica a puntate il racconto L’uomo che perdeva i treni dello scrittore tresigallese Diego Marani, che lavora in commissione europea Bruxelles.

“A quel tempo facevo il cameriere al bar della stazione di Ferrara. Spremevo caffé e grappe per la gente che partiva con la giacca spazzolata e il biglietto ancora fresco in mano e per quella che arrivava, smarrita, impaurita, con addosso l’odore di ferro che fa il treno. Dalla vetrina del bar vedevo passare le ore sull’orologio ed ogni ora aveva i suoi treni, ogni treno le sue facce, ogni faccia il suo caffé che aspettava sullo zinco del banco. C’erano anche ore vuote, le più tristi. Si distinguevano dal ronzio del frigorifero, dalla puzza dei piedi della cassiera che si toglieva le scarpe con la faccia di chi s’é tolto le mutande, da due mosche stanche, posate sullo stesso panino al salame. Mi ha sempre intimorito e al tempo stesso attratto l’aura di provvisoria eternità che sovrasta ogni stazione. Io che quando partivo un poco mi trasformavo e cercavo invano di cambiare muta come un rettile, accorgendomi ogni volta che mi ero mimetizzato per il posto sbagliato, io nelle stazioni soffrivo ma al tempo stesso mi crogiolavo in un gratificante smarrimento. Sarà una casualità, ma io il treno l’ho sempre preso da innamorato. Quando già mi scioglieva il ricordo d’un viso, oppure quando senza ancora conoscerlo ne sentivo giungere il presentimento. Per questo accettai a cuor leggero il posto di cameriere nel buffet che si affaccia sul primo binario. Per vedere più da vicino il prodigio che mi ammaliava, illudendomi invano di capirlo, di riuscire a sventarlo.

Nei caldi pomeriggi estivi, quando la città sciamava ai Lidi, mi facevo un punto d’orgoglio a vagare da solo sul catrame molle del centro, assieme a qualche matto ed a qualche ubriaco. Incapace di vedere la differenza fra l’uno e l’altro, mi sorprendevo a ragionare sull’eventuale effetto correttivo dell’ubriachezza sulla pazzia. Fantasticavo che forse un paio di litri di Malvasia sarebbero bastati a ridare temporanea lucidità a più d’un pazzo. Si sarebbe potuto scegliere la dose ed il tipo di vino a seconda del grado e del tipo di disturbo psichico. Per una leggera nevrosi poteva bastare un bottiglione di Lambrusco. Il tizio che frugava nei cestini della carta straccia e sorrideva al mio passaggio, sarebbe facilmente rinsavito con due bottiglie di Passito al giorno, prima dei pasti. Più complicata era l’operazione inversa: correggere le smanie dei sani di mente con una terapia a base di nevrastenie. Fosse stato possibile somministrare una leggera dose di schizofrenia a chi è troppo pieno di sé o qualche malinconia ai prepotenti, la psichiatria avrebbe sicuramente fatto passi avanti. Era una materia da approfondire e nelle mie giornate di solitudine, ne avevo tutto l’agio ed il tempo. Il rombo di qualche moto scuoteva talvolta il silenzio abbacinato del piazzale. I treni scivolavano sotto la pensilina come grandi pesci riemersi a malincuore dalle profondità d’un abisso. Si fermavano piangendo, con un lungo stridere di freni”.

Diego Marani

1, continua

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