In mezzo ai barboni ecco spuntare una figura aristocratica
Le stazioni, si sa, sono tutte donne, ed è significativo che se ne lasci sempre una per un’altra. Ci sono stazioni altezzose e sprezzanti, come quella di Trieste, abituate ad eccentrici treni...
Le stazioni, si sa, sono tutte donne, ed è significativo che se ne lasci sempre una per un’altra. Ci sono stazioni altezzose e sprezzanti, come quella di Trieste, abituate ad eccentrici treni internazionali o tradotte militari cariche di tragedia. Raramente si concedono, ma quando lo fanno è per un reggimento. Poi ci sono stazioni matronali e poppute, come quella di Bologna, che abbracciano con un affetto sensuale e sporco di vecchia prostituta. Si danno a tutti, con provata esperienza, ma non sentono più nessun piacere. La stazione di Milano è una signora piumata avvezza ad ogni perversione. Si fa possedere senza spogliarsi, in piedi contro un muro, abbozzando solo una smorfia, di piacere o di disgusto, non si capisce. La stazione di Firenze ha le gambe lunghe e bisogna assiduamente corteggiarla per averla. Le piacciono i pendolini, tutti apparenza e poca sostanza. Sa di essere bella, e questo guasta un poco il suo fascino. Dopo averla posseduta, ci si dice che non era poi un granché e di lei si ricordano solo le rughe. Volgare e sboccata, la stazione Ferrara è una giovinastra di primo pelo. Si lascia facilmente mettere una mano fra le cosce e poi ti guarda come per rimproverarti. Abituata alle littorine a gasolio, la intimoriscono quei rapidi elettrici dal grugno duro che accostano al binario quattro a fine pomeriggio. Ma se li farebbe volentieri in mezzo all’erba. Ci sono stazioni belle per partire ed altre per arrivare. Trieste è bella per partire, con la luce d'oriente in faccia. Ferrara è bella per arrivare, nel sole rossastro dell’estate, all’ora in cui è tardi per andare in qualsiasi altro posto tranne lì.
Un pomeriggio di giugno anche il diretto per Bologna era ripartito senza lasciare nessuno sul binario e io stavo riponendo i bicchieri della penultima lavastoviglie. La stazione era già tutta coperta della sua ombra azzurra pomeridiana eppure ancora pervasa da un fuggevole riflesso dorato. Come ogni sera a quell’ora, in fondo al primo binario si radunava il solito gruppo di perdigiorno. Sparse figure che indugiavano contro il muro del deposito bagagli, il corpo all’ombra e le gambe nel sole a formare un mazzo appena mosso, come di canne lungo un canale. Un paio di pensionati, un cassintegrato della Montedison, un fuori corso di pedagogia e due dei nostri apprendisti barboni. C’è da dire che da noi allora tutto si fermava un passo prima dell’irrimediabile, anche la disgrazia. Così, i barboni non dormivano davvero sotto i cartoni, non vivevano di accattonaggio, non rimanevano soli ad ubriacarsi buttati contro un muro. Un riparo lo trovavano, un pasto caldo in una mensa dei preti o del sindacato, un paio di scarpe quando ne avevano bisogno e la compagnia di qualche eccentrico per far passare le lunghe ore del giorno. Ma quel pomeriggio un’ombra nuova si era aggiunta al solito mazzo. Una figura distinta, quasi aristocratica. Un uomo d’una cinquantina d’anni, dalla statura imponente che portava un cappello di Panama cui dava ogni tanto un tocco con la punta delle dita, come per accertarsi che fosse ancora al suo posto. Indossava un impeccabile abito di lino bianco e calzava lucidissime scarpe inglesi. Pensai ad un viaggiatore che si fosse allontanato dai propri bagagli per andare a chiedere informazioni.
Diego Marani
2, continua
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